Wine and Love
Daniela Massaro IV B corso scientifico |
Era una mattina come tante altre a Boston, la città era già sveglia, attiva e ansante, pronta ad affrontare un’intensa giornata. Si sentiva un fitto brulicare proveniente dalla strada, ancora attutito dal sonno, e i primi raggi di sole illuminavano le tende gialle, filtravano fino allo scrittoio, smaterializzando le pagine sospese dell’ultima relazione, ancora incompleta, e creavano meravigliosi riflessi sulla cornice di una foto. Un’istantanea scattata in campagna: c’era la famiglia, tutta, e lì, a destra, c’era anche Tom. Ma lui non vedeva questo piccolo miracolo quotidiano, perché solo tra poco la sua sveglia sarebbe suonata, prepotente, e la sua unica preoccupazione sarebbe stata quella di essere puntuale in ufficio. Vita frenetica la sua, ormai pezzo grosso di una multinazionale americana; roba importante, che aveva dovuto sudarsi giorno dopo giorno con lo studio, con le notti passate in bianco, con i lavori part-time che lo massacravano. Ma ora era in alto e non sarebbe più sceso, non senza ascensore (ci pensate?novantadue piani più ingresso, a piedi!).
Tom entrò in ufficio, rovistò in quel caos che era la sua scrivania e tirò fuori la posta: una lettera targata Italia, indirizzata proprio a lui, in cui si spiegava che, per un brutto male, un suo parente, lo Zione, come lo chiamava da piccolo, gli aveva lasciato non so quant’ettari di vigne in uno sperduto paesino in terra nostra. Incredulo, Tom non sapeva cosa fare, tornare in quel Paese… ora! Troppo tempo era passato, ma certo non poteva tirarsi indietro, non adesso che poteva avere “il tesoro dello Zione”, tanto ambito dalla sua famiglia. Alzò il telefono e prenotò un volo per l’Italia, di poi sarebbe arrivato in treno.
Ecco, dopo poche ore di viaggio era seduto in una carrozza, diretto a ***. Davanti ai suoi occhi scorrevano, rapidi come ruscelli, filari interminabili e monotoni di giovani viti, fruttuose e verdi, rigogliose, infinite. Ricordavano quasi la folla metropolitana del centro rigonfio di gente sconosciuta. Eppure quante volte, tra quegli stessi volti aveva scorto tracce di un sorriso, o occhi velati da un pianto inascoltato, indifferente e freddo al mondo, ormai sordo. Così osservava le verdi distese passargli davanti, e riconosceva in ogni vite un’anima e una vicenda, sofferenze e vittorie della natura, muta spettatrice della storia che a lei e solo a lei rende conto dei delitti e delle glorie, delle rivolte di masse guerreggianti e dell’intima pace di coloro che sopravvivono, ogni giorno, alla grande sfida che è la vita.
Il fischio annunciò l’arrivo in stazione, distogliendolo dai suoi pensieri. Nessuno sapeva che sarebbe rientrato, forse nessuno si ricordava di lui; così, zaino in spalla, si incamminò verso la fattoria, la sua. Quanti ricordi gli passavano davanti, della sua fanciullezza! Ma no, lui non voleva ricordare, Tom viveva nel presente, voleva solo togliersi l’impiccio e tornare alla sua sicura monotonia.
Camminava sotto il sole tiepido di fine estate, per un sentiero solitario, alberato, magico. Inaspettatamente, da un viottolo seminascosto tra le piante, sbucò una giovane donna, bella nella sua semplicità, con i capelli neri, ribelli, inutilmente raccolti, che le scivolavano sulla pelle abbronzata. I due si guardarono, lei era un po’ intimidita, con lo sguardo fiero e dolce di chi non vuole aver paura. Tom le chiese informazioni, la fissava, scrutava i suoi occhi plumbei e grandi… la riconobbe: Gloria! Era proprio lei, bellissima, l’opposto del maschiaccio che era da bambina: - Gloria, sono Tom, Tommaso! – esclamò. Turbata, la brunetta guardò meglio l’uomo e gli occhi le si riempirono di felicità, l’abbracciò e gli baciò le guance fino a farle diventare rosse. Felici di essersi ritrovati, i due amici percorsero il viale fino a casa.
Che atmosfera calda e festosa accolse il nostro Tom! Per l’occasione, la Nonna fece persino una crostata, si usarono i piatti buoni, la tovaglia del corredo. E inoltre venne aggiunto un letto, per la notte, perché non si accettavano rifiuti.
Felice, lusingato e stanco, Tom raccontò parte della sua vita lì, oltreoceano e, tra la curiosità e lo stupore generale, confessò il motivo del suo ritorno, promettendo aiuto e manodopera per il giorno seguente. Si avvicinavano infatti i giorni della vendemmia, unica e proficua attività della piccola azienda a conduzione familiare che dirigeva anche il patrimonio dello Zione. E Tom mantenne la sua parola.
Furono giorni duri, quelli di raccolta: quintali e quintali di uva, grappoli ricchi e pieni, dolci, squisiti. Chilometri di filari, giocosi al vento, allacciati ai tralci, ricamati e armoniosi, viti e viti che si rincorrevano fino a congiungersi col cielo limpido e azzurro al mattino, tenero nel rossore rosato del tramonto, imbandito di greggi bianche che galleggiavano in aria, nuvole dipinte da Dio. Poi venne il tempo della vendemmia. Colossali torchi e botti, e mani in movimento su ogni grappolo, commozione nei vecchi ed entusiasmo nelle braccia dei giovani, forza: nel caricare e nel rovesciare, nel premere; e tutto si tingeva di rosso, nero e brillante vinaccio impregnava vesti e tinozze, e le mani profumavano di succo corposo. Inoltre, secondo tradizione, una parte della vendemmia veniva fatta “con i piedi”, vale a dire alla vecchia maniera, usando il peso del corpo come torchio. Ed era la parte più divertente, per questo destinata ai giovani. Le ragazze si tiravano su le vesti, gli uomini risvoltavano i pantaloni e poi tutti si immergevano nel mosto, fin alle ginocchia, saltellando, ballando al ritmo delle canzoni popolari della Nonna. In breve tutti furono ubriachi, brilli, e per l’allegria e per il frastornante profumo che esalava. E cantavano e ridevano e persino Gloria e Tom si lasciarono andare a una gioia, una incontenibile euforia, che spinse la giovane tra le braccia del compagno, per uno scambio di sguardi la cui intensità fu pari solo alla fugacità con cui i loro occhi si toccarono.
Storditi entrambi, verso sera, al calar del sole, seduti ai piedi di un immenso fico, contemplavano il paesaggio lussureggiante e stanco, perso tra l’orizzonte e la notte, un miracolo che andava sfumando da un punto all’altro del cielo, sovrastante la tranquillità della benevola terra. Vino e lacrime confuse, quante notti nell’oblio, quanti giorni sotto il sole, lavorando con fatica appassionata, nell’attesa di quei frutti che non son altro che l’inizio di ben altro lavoro; un’occupazione che ha il suono festoso di voci femminili; melodie che intonano echi lontani nel tempo, ricordo di ere perdute tra le notti limpide d’estate e i temporali silenziosi dell’autunno.
- Andrai via, tornerai a casa, adesso? - chiese malinconica e puerile Gloria, sapendo che Tom era già una volta fuggito lontano da quel luogo e leggendo l’incertezza nei suoi occhi. Tom la guardò e sorrise: - No.
Così come il mosto diventa vino, così Tom era diventato uomo, aveva riscoperto dei valori nuovi e sani, perché nessun vino ha il gusto, il sapore corposo e il profumo denso e avvolgente di quello prodotto dall’esperienza di chi ha imparato ad amare il proprio passato e le radici, con cui l’identità si tiene ancorata, saldamente, nel profondo dell’animo. Perché l’odore bruno della terra umida e scura di Settembre, impregnata di vino, ti rimane dentro, inconfondibile, indimenticabile.