Letteratura partenopea: patrimonio bistrattato anche dalla scuola. Perché?
Vurria c’ uno, ’int’ o suonno, me pugnesse
Cu n’ aco mmelenato:
doce doce accussì mme ne muresse,
senz’ essere scetato,
senza sentì e vedé…
Ma…nn’ ’o vurria sapé…
Nu miedico vurria ca mme dicesse:
“Tu staie buono malato!”
E ca pe mmedicina acqua mme desse,
e sanato, e ngannato
io vurria rummané…
Ma…nn’ ’o vurria sapé.
Vurria c’a n’ato mo te truvasse,
a n’ ato nnammurato:
ca felice e cuntenta tu campasse,
e d’ ’o tiempo passato
te scurdasse, e de me…
Ma…nn’ ’o vurria sapé!
(da Ariette e Sunette)
Il
saggio di Francesco Bruno su Salvatore di Giacomo è senza dubbio di
fondamentale importanza per comprendere meglio la produzione letteraria, e non
solo, di questa straordinaria voce poetica napoletana. Avendo avuto modo di
analizzare alcune celebri poesie e canzoni digiacomiane, ho trovato io stessa
di grande aiuto l’interpretazione di Francesco Bruno, che offre una panoramica
generale, ma approfondita, della vita e delle opere di questo illustre poeta
nostrano.
L’ autore di questo saggio comincia innanzi tutto a raccontare i fatti salienti della vita di Salvatore di Giacomo. Nato a Napoli nel 1860, proprio nel periodo in cui la nostra città si avviava ad una svolta epocale, distaccandosi dall’ influenza borbonica, il Di Giacomo fu indirizzato nei primi decenni della sua vita a seguire la professione di medico del padre. Ma un episodio macrabo e raccapricciante lo indusse a lasciare improvvisamente i suoi studi di anatomia. Un giorno, salendo le scale che portavano ai laboratori dell’ università, Salvatore Di Giacomo si scontrò con un bidello maldestro che gli rovesciò, quasi addosso, una bacinella colma di resti umani che erano serviti agli studenti per esercitarsi. Scioccato da questo orrendo episodio, il Di Giacomo capì che quella non era la sua strada e si dedicò anima e corpo al giornalismo. Quest’ attività fu fondamentale per la sua formazione e per la sua carriera, in quanto ebbe modo di fare molte conoscenze con personaggi stimati dell’ epoca e potè inoltre avvicinarsi maggiormente alla realtà napoletana di quei tempi.
Proprio il realismo è uno dei temi più indagati nell’ opera di Bruno. Dal suo saggio emerge che il realismo digiacomiano è mutuamente legato a Napoli, in generale, e al popolo partenopeo, in particolare. Nelle sue opere il Di Giacomo analizza circostanze, vicende, episodi spiccioli della Napoli post-Borbonica, dando l’ immagine di una città attraversata da una profonda crisi e sconvolta da un improvviso smarrimento. Vi è comunque la rappresentazione di una Napoli verace e scanzonata, popolata da uomini e donne reali perché dominati dalla passione. Questo sentimento è constantemente presente nelle poesie digiacomiane nelle quali l’ amore assume una funzione di primaria importanza. Sono donne concrete, in carne ed ossa che diventano oggetto di tale passione e che sono trasfuse in un’ immagine squisitamente lirica. Ma nei versi digiacomiane non sono le donne ad essere amate, ma il poeta ama l’ amore in sé, ponendolo al centro di un’ atmosfera di incessante musica e di raffinata sensualità. Il tutto è avvolto in un alone misterioso, inconsueto e quasi fiabesco. Niente però risulta surreale o lasciato al caso in quanto nel Di Giacomo c’è la volonta di fare un’ arte realistica, schietta e fervida. Per riuscire in questo intento egli si serve di un veicolo di comunicazione a mio parere a dir poco eccezionale: il dialetto napoletano. Molti hanno visto in questa scelta linguistica “l’ espressione di una cultura locale e isolata”, come ha affermato pochi giorni fa l’ assessore all’ educazione Raffaele Porta in un articolo pubblicato sul “Corriere del Mezzogiorno”. Ma come avrebbe mai potuto Salvatore Di Giacomo esprimere la passionalità, la dolcezza, la sensualità nelle sue poesie o la sottile vena malinconica nelle sue canzoni se non attraverso il dialetto napoletano? Esso è da intendere, secondo me, non solo come un eco della raffinata letteratura antica, come sostiene Francesco Bruno, ma anche come una lingua universale ed eterna nella poesia, come l’unico mezzo attraverso il quale il Di Giacomo poteva rendere quell’empatia e quell’eccezionale musicalità che trapelano tanto dai suoi versi. Il suo vernacolo è quindi una lingua “pura” e non volgare, semplice ed immediata, lontana insomma dai fronzoli barocchi tipici degli accademici.
In conclusione, dopo la lettura di questo breve saggio, posso dire di aver realmente scoperto un mondo di cui non ero neanche a conoscenza, quello della poesia napoletana. Esso rappresenta senza dubbio un patrimonio inestimabile da tutelare. Per troppo tempo è stato bistrattato, svalutato e non considerato come una delle più nobili forme letterarie. Persino la scuola né dà poca importanza e spesso e volentieri esclude lo studio dei poeti napoletani dal programma scolastico. Per quale motivo? Forse la causa è da ricercare nel fatto che, già secoli fa, il dialetto napoletano è sempre rimasto in ombra, così come l’ intera produzione letteraria partenopea. Ciò tuttavia non è mai avvenuto per volontà degli autori nostrani, ma solo perché Napoli è sempre stata “oscurata” e al suo inconfondibile dialetto è stato preferito quello toscano. Così anche le grandi personalità “locali” sono state adombrate. Oltre all’ indimenticabile Totò, ad esempio, chi altri ci viene in mente da annoverare tra i grandi autori napoletani? Forse nessuno, o molti pochi! Il problema, a mio parere, è proprio questo: c’ è una diffusa ignoranza sulla produzione letteraria napoletana che porta un responsabile dell’ amministrazione cittadina o un assessore all’ educazione, come Raffaele Porta, a sostenere addirittura che la “letteratura napoletana non esiste”.
Un affermazione che, personalmente, non credo trovi precedenti per la sua assurdità! Basti leggere i pochi versi digiacomiani posti all’ inizio di questo breve testo per rendersi conto non solo che la letteratura napoletana esiste ma anche che essa è l’ espressione diretta di un popolo che trova in autori illustri come Salvatore Di Giacomo un portavoce universale e senza precedenti.