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Recensioni 2004
Sara Pluviano (4F) |
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LA LUNGA VITA DI MARIANNA UCRÌA di Dacia Maraini |
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“La storia delle donne è la storia della peggiore tirannia che il mondo abbia mai conosciuto: la tirannia del debole sul forte. E' l'unica tirannia che duri”. Oscar Wilde
La tirannia di cui parla Oscar Wilde è il tema centrale del libro forse più noto della pluripremiata scrittrice Dacia Maraini, “La lunga vita di Marianna Ucrìa”. Vittima di una spietata tirannia è questa volta la protagonista del libro, una giovanissima sordomuta che appartiene agli Ucrìa, nobile famiglia palermitana del Settecento. In quest’epoca piena di contraddizioni, durante la quale si susseguono innumerevoli matrimoni, parti, banchetti, feste, visioni di autodafè e impiccagioni, il nome della famiglia a cui appartiene Marianna diventa “un orco, un germano marino, un Ercole geloso che mangia con la voracità di un maiale” e che divora tutta l’esistenza della fanciulla. Come tutte le donne del Settecento, eccezion fatta per le poco avvenenti, Marianna è destinata a sposarsi e ad arricchire il casato con molti eredi. Tuttavia, nonostante la sua spregiudicata bellezza, la giovane non può aspirare a maritarsi con un aitante e ricco partito a causa del suo handicap, con il quale sembra convivere dalla nascita. Perciò il padre di Marianna, nei confronti del quale la giovinetta prova un amore sconfinato e un’ossessiva gelosia, decide di far sposare la figlia con il nobile “zitu”, ovvero con lo zio Pietro. L’uomo, che sembra mosso da un sincero affetto, prende in moglie la giovanissima Marianna solo per “mettersi a posto la coscienza”, cercando di riparare a quell’imperdonabile errore commesso anni prima. Infatti, è stato proprio l’amorevole zio Pietro a condurre Marianna nella sua prigione di silenzio, violentandola quando era ancora una bambina innocente. Tuttavia, il loro matrimonio, che sembra quasi un contratto d’affari pianificato a tavolino, continua per anni anche quando Marianna viene a conoscenza di questa tragica verità. Tra mille lussi e sfarzi, la protagonista ci rende partecipi della sua quotidianità: la freddezza di suo marito, il disinteresse dei figli per niente attaccati alla madre, le vicende dei servi e in ultimo, ma non per importanza, l’amore disperato che prova nei confronti di un affascinante stalliere, quando ormai è vedova e in età matura. Marianna non risparmia neanche di raccontarci di un amore molto più platonico, di un nobile affetto che la lega ad un Pretore di Palermo, con il quale scambia una fitta corrispondenza dando saggio della sua grande erudizione e saggezza, coltivate leggendo in solitudine centinaia di libri. Così, con i suoi gesti e suoi pensieri, la protagonista diventa molto più comunicativa rispetto a tutte le figure che le ruotano intorno, condannate ad una loquacità attraverso la quale tentano invano di celare la loro ignoranza. A mio parere, invece, risulta ammirevole la sete di conoscenza di Marianna e altrettanto sorprendente è tutta la sua figura di “eroina”, vissuta in un epoca che probabilmente non le si addiceva. Quello della Maraini, in conclusione, è un ottimo libro per trarre spunto da un nuovo linguaggio, non fatto da parole, ma dagli occhi e dalla mente, capace di far vivere al lettore una perfetta isola di silenzio. |
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IL VANGELO SECONDO GESÙ CRISTO di José Saramago |
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“Questa faccenda del mentire e del dire la verità è una lunga storia, è meglio non azzardare giudizi morali assoluti perché, se daremo tempo al tempo, arriverà sempre il giorno in cui la verità diventerà menzogna e la menzogna si trasformerà in verità.” Da: Il Vangelo secondo Gesù Cristo
“Il Vangelo secondo Gesù Cristo” è uno dei romanzi più avvincenti ed impegnativi di Josè Saramago. Opera straordinaria che richiede preventivamente al lettore il rifiuto di ogni dogmatismo religioso, “Il Vangelo secondo Gesù Cristo” (ma è inevitabile la glossa: “secondo Saramago”!) suscitò numerose discussioni al suo tempo. Infatti, nel non troppo lontano 1992, il libro di Saramago venne etichettato come “un attentato al patrimonio religioso dei Portoghesi” e fu reinserito solo tempo dopo, grazie all’intervento delle autorità, nel numero dei libri selezionati per il premio Nobel, a cui Saramago concorreva a pieno diritto. Non disconosco che spesso, leggendo le pagine di questo personalissimo romanzo, ho storto gli occhi e provato un po’ di sana indignazione. In effetti, l’opera non rispecchia nessun canone morale e religioso che mi è stato inculcato, ma non per questo va disprezzata. È anzi, a mio parere, in perfetta linea con le tendenze letterarie odierne e possiede una taglio linguistico e una pienezza contenutistica di grado estremamente elevato. Nella rivisitazione moderna di questo Vangelo ci troviamo di fronte a un Gesù particolarissimo, che non appartiene assolutamente alla tradizionale letteratura religiosa. Quello di Saramago è invece un Gesù moderno e “umano” che nasce da una donna non vergine e reca in sé tutte le debolezze, le incertezze, le inquietudini e la sete di esperienza e di conoscenza tipiche dell’uomo di ogni tempo. È insomma un Gesù che sfugge la propria divinità e che preferisce abbandonare e disconoscere la famiglia, vagare nel deserto, “fare amicizia” con il Diavolo, cadere nel peccato della carne, vivere in una precaria armonia e in una perpetua mediocrità. Tuttavia proprio lui è stato scelto come Figlio di Dio e, in quanto creature succube di un progetto divino, deve sottomettersi al suo destino. Così Gesù inizierà a predicare la Parola di suo Padre, a riunire i discepoli e a fare miracoli per poi avviarsi per quella strada che lo porterà ad atroci e terribili torture. Il Cristo di Saramago morirà ovviamente in croce ma, prima di chiudere gli occhi per l’ultima volta, penserà di essere stato ingannato, come si inganna l’agnello destinato al sacrificio, e capirà che la sua vita era destinata fin dal principio a quella morte. Ma perché e come muore il Cristo di Saramago? L’originalità sta proprio qua: egli muore non per espiare i peccati dell’umanità ma per allargare il dominio di Dio e di Satana, che hanno progettato a tavolino la sua crocifissione per attirarsi più fedeli. Altrettanto sconvolgente è il modo con cui Gesù muore: infatti egli non pensa alla nobiltà del suo atto ma si angoscia per tutti quegli uomini che verranno e che si immoleranno come martiri in nome suo e di suo Padre. Credo che dopo questa breve spiegazione siano ben chiari, anche se non condivisibili, i motivi per cui questo libro ha rischiato la censura e per cui tutt’oggi la Chiesa si indigna e urla al sacrilegio. In realtà credo che bisognerebbe cogliere questo romanzo come una semplice rivisitazione, seppur ritoccata con dettagli inusuali, del Vangelo tradizionale, un modo insomma per dire unicamente “secondo me è andata così”. E chissà che qualcuno non voglia davvero credere a quell’indimenticabile battibecco durato quaranta giorni fra Dio, Gesù e il Diavolo sulla barca di Pietro. Magari le cose potrebbero davvero essere andate così o ci potrebbe far comodo credere in un Gesù più umano. |
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di Sebastiano Vassalli |
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“Tutto accade apparentemente da sé, per una serie di impulsi le cui ragioni profonde sono destinate a rimanere oscure.” Da: Marco e Mattio
“Marco e Mattio” è il libro più trasparente, facile e semplice che abbiamo letto da molti anni; ma arrivarci a questa semplicità!” Così recensisce un noto quotidiano il primo libro “sperimentale” di Sebastiano Vassalli. Sperimentale semplicemente perché in questa sua ennesima fatica l’autore è alle prese nel dirigere il tessuto narrativo di una storia molto singolare. E’ la storia di Mattio Lovat, un umile ciabattino cresciuto in una valle alpina, e di Marco o Cartafilo, Assuero, Joseph, Peter o tanti altri nomi che indicano tutti il personaggio più enigmatico e di moda nelle ultime opere letterarie: il Diavolo. Egli fa la sua comparsa a Zoldo, il paese bellunese di Mattio, in una mattina primaverile del 1775. Il giovane Lovat e il suo amico Pietro stringono subito amicizia con il forestiero che dice di essere un sacerdote tedesco, teologo e appassionato di scienze naturali. Escluso dalla gente del villaggio, don Marco, così si faceva chiamare il misterioso arrivato, trascorre tutto il tempo con i due ragazzini, raccogliendo erba, insetti e minerali utili per i suoi studi. La sera di capodanno, però, poco prima dei festeggiamenti, don Marco sparisce misteriosamente e la sua partenza improvvisa coincide con un delitto scabroso ai danni di una giovane ragazza. I sospetti, ovviamente, cadono sul sacerdote e anche Mattio dubita della sua integrità fino a quando don Marco non gli apparirà in sogno per salvarlo dal primo attacco di pellarina, male che affliggerà il ciabattino per tutta la sua vita. Dalla miracolosa guarigione trascorreranno molti anni prima che Marco e Mattio possano incontrarsi di nuovo. Nel frattempo, Mattio cresce, diventa un bravo ciabattino, si innamora (non corrisposto) dell’ avvenente Lucia, si maledice per le carezze maliziose che si scambia con il suo amico e tentatore Michiele. L’evento più importante nella vita del giovane zoldano sarà l’incontro con don Tommaso, un frate che predica la venuta dell’Anticristo e che spinge Mattio alla follia. Infatti, affetto nuovamente dalla pellagra, che lo porta ad avere pochissimi momenti di lucidità, Mattio si convince di dover salvare il mondo e tenta di autocrocifiggersi, identificandosi continuamente con Cristo. Purtroppo o per fortuna, il giovane non riesce nel suo tentativo e viene rinchiuso in un manicomio dove, poco prima di morire in preda al delirio, rivedrà di nuovo don Marco. Personalmente non ho mai particolarmente apprezzato lo stile di Vassalli, per la sua troppo facile divagazione in particolari oziosi. Questa volta, però, rispetto agli altri due romanzi che ho letto dello stesso autore, ho trovato minore difficoltà nel comprendere le vicende ed ho apprezzato il tentativo di costruire un filo narrativo semplice, sebbene i personaggi fossero complicati ed antitetici. |
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LA METAMORFOSI di Franz Kafka |
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“L'uomo è un animale sociale che detesta i suoi simili” Eugène Delacroix
Questo libro raccoglie alcuni dei racconti più celebri di Franz Kafka, pubblicati postumi alla sua morte in quanto l’autore aveva ordinato esplicitamente nel suo testamento di bruciare ogni suo manoscritto. Fortunatamente, grazie al provvidenziale intervento di un amico, le ultime volontà di Kafka non furono rispettate e l’opera ci è pervenuta in tutta la sua bellezza, nonché complessità. Il racconto più noto dell’autore è senza dubbio “La metamorfosi”, incentrato su temi molto cari allo scrittore come la spersonalizzazione dell’individuo, l’incomprensione e l’incomunicabilità che si manifesta nei rapporti parentali. Ciò che più affascina di questo racconto è tuttavia il motivo dell’assurdo che, nonostante impregni tutto il racconto di un’ambiguità di fondo, finisce per adattarsi perfettamente alla realtà nella quale si aggira il malcapitato protagonista. Con il suo studiato stile, Kafka ci racconta di Gregorio Samsa, un giovane commesso viaggiatore che una mattina come tante si alza dal letto e, neanche troppo meravigliato, si accorge di essersi trasformato in un insetto. La sua mutazione, che per mesi sembra irreversibile, lo porta a rinchiudersi in una stanza e il suo aspetto ripugnante lo induce a non avere più alcun rapporto con i suoi familiari. Soprattutto il padre di Gregorio, interessato solo al denaro e al buon nome della famiglia, dimostra un totale disinteressamento nei confronti della triste sorte del figlio che, capendo di essere diventato un fardello per tutti, alla fine sceglierà di morire da solo nella sua tana. Per la famiglia Samsa, invece, la vicenda si concluderà positivamente. Infatti, tutti festeggeranno la morte dell’ immondo insetto e dimenticheranno completamente il nome di quello che una volta era il loro amato Gregorio. Il tema dell’assurdo viene sapientemente sviluppato anche nel racconto intitolato “Nella colonia penale”. Questa volta Kafka ci racconta del viaggio di un esploratore, recatosi in visita in una colonia penale, dove da molto tempo è in uso un sistema atroce per eseguire le condanne. Tale sistema, ideato da un anziano comandante, prevedeva che il condannato si stendesse su un lettino e che sopportasse 12 ore di tortura, al termine delle quali veniva denudato e gettato in una fossa. L’esploratore aveva il compito di supervisionare, grazie all’aiuto di un enigmatico ufficiale, il funzionamento dei macchinari di tortura ma, a causa della sua reticenza nell’approvare questo sistema, decide di andarsene. Per scongiurare ciò, l’ufficiale decide di liberare il condannato che doveva sopportare la pena e si autocondanna, sdraiandosi sul lettino di tortura. Questi sono solo alcuni dei racconti presenti nel libro ma offrono un idea ben chiara di come Kafka riesca, anche attraverso un linguaggio non troppo elaborato, a rappresentare la crisi dell’uomo del Novecento, coinvolgendo i lettori di ogni tempo. |
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di Robert Louis Stevenson |
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“Se il diavolo non esiste, ma l'ha creato l'uomo, credo che egli l'abbia creato a propria immagine e somiglianza” Fëdor Dostoevskij
“Il Master di Ballantrae” è senza dubbio il romanzo più noto della maturità di Stevenson. Grazie a questo libro l’autore scozzese ha dato mostra delle sue grandi doti di narratore, senza nulla da invidiare a molti altri suoi connazionali come Walter Scott o Artur Conan Doyle. Ne “il Master di Ballantrae” Stevenson riesce a creare un’ottima struttura del racconto che si risolve in una tensione narrativa sempre crescente. L’autore riprende saggiamente il romanzo d’avventura, che sembrava quasi dimenticato nell’Ottocento, e riesce e fonderlo con una “fiaba limpida” che dimostra l’interesse di Stevenson per la componente introspettiva dei personaggi. Il fascino enigmatico che questo romanzo esercita su ogni tipo di lettore sta a mio parere proprio qui: leggendo avidamente le pagine di questo libro ci si appassiona non solo alla vicenda in sé ma soprattutto si viene ammaliati dai mutamenti dei personaggi. Come sempre credo che entusiasmi chiunque leggere un libro che si incentra soprattutto sulla doppiezza della natura umana e che dimostra un interesse quasi clinico su quest’argomento. Come dimenticare ad esempio il Visconte dimezzato del talentuoso Italo Calvino? C’è comunque da fare un’osservazione per non cadere in paragoni semplicistici: mentre in Calvino l’eterna lotta tra bene e male ha come scenario l’anima di una stessa persona, in Stevenson, eccezion fatta per il celebre Dr. Jekyll e Mr. Hyde, c’è la volontà di contrapporre due personaggi diversi, di cui uno rispettivamente incarna il bene e l’altro il male. Così ci troviamo di fronte a due figure aspramente antitetiche: Henry è un personaggio solo apparentemente lineare che, nella sua mediocrità e abnegazione, si trasforma in personaggio subdolo “pazzo” a causa delle continue umiliazioni di suo fratello James. Proprio James è il Master di Ballantrae, il temuto Mr. Bally, che resta il perno centrale del libro. Egli non cambia mai (d’altronde peggio di così!), dimostra sempre di essere un personaggio perfido e irrimediabilmente diabolico che, nel suo peregrinare, ne combina di ogni sorta, arrivando perfino ad uccidere. Fin dalle prime pagine sembra impossibile quindi che questi due personaggi possano andare d’accordo o dimostrare un fraterno affetto vicendevolmente. Infatti si rincorreranno per tutto il libro, si incontreranno, si disprezzeranno, si sfideranno e si odieranno per l’eternità. Il tutto ci viene raccontato dalla “vecchia zitella” di Mr. Mackellar, da anni al servizio della famiglia Durie. In realtà questo personaggio serve a Stevenson solo per diventare un narratore onnisciente, che possiede una particolare avvedutezza nel congegnare la narrazione e nel seguire poi tutte le fila con ordine ed attenzione ai dettagli, anche secondari. A mio parere credo che sia proprio questa l’unica debolezza nella struttura del romanzo: spesso ci si perde in divagazioni inutili o precisazioni eccessive, che tuttavia rimandano sempre a uno stile personalissimo e di tutto riguardo. Ogni lamentela nei confronti dell’autore poi non può che spegnersi con l’ultima scena del romanzo, quella della riesumazione del corpo di James, che ha un satanico lampo di vita e fa morire di crepacuore suo fratello Henry. Un finale strategico, insomma, che fa rabbrividire il lettore e lo lascia con un incontenibile senso di vuoto. |
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di Manuel Vàsquez Montalbàn |
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“Gli uccelli di Bangkok” è uno dei libri della lunga e fortunata serie che vede come protagonista il detective Pepe Carvalho, ideato dal famoso autore spagnolo Manuel Vàsquez Montàlban. In questo episodio Carvalho si trova nella fantomatica Bangkok ed è, come sempre, nei guai fino al collo. Stavolta l’esperto detective deve far fronte ad un caso molto misterioso: Teresa, sua amica da tempi immemorabili, fugge per la Thailandia ed è alla ricerca disperata di aiuto. Pur interessandosi anima e corpo a questo caso, che lo porta a fare i conti con un’ambigua polizia locale e con una banda di malavitosi cinesi, Carvalho non può non incuriosirsi ad un’altra intricata storia. Infatti, parallelamente alla ricerca di Teresa, Pepe tenta di trovare il colpevole di un efferato omicidio di cui è vittima una ragazza innocente. Il racconto diventa così un po’ troppo confusionario e le vicende, infittendosi tra loro, rischiano di diventare eccessivamente complesse. L’onore al merito è comunque da fare all’autore per le descrizioni, solo a volte oziose, della città di Bangkok. Il lettore riesce ad immaginare gli odori e i sapori dei piatti descritti minuziosamente, le immense distese di bancarelle di ogni sorta e la grande quantità di merce, in un Paese come la Thailandia dove tutto è merce, anche le persone. Insomma, un giallo d’azione avviluppante che ogni tanto perde colpi ma che non smentisce l’abilità dei più illustri narratori spagnoli. |
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di Dino Buzzati |
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“A che serve passare dei giorni se non si ricordano?” Cesare Pavese
Più volte nel corso della mia vita mi sono imbarcata nella lettura di questo libro e ogni volta che lo rileggevo ripetevo a me stessa che era un modo per conoscermi e capirmi meglio. Tutt'oggi “Il deserto dei Tartari” è uno dei miei libri preferiti e continuo ad ammirare lo stile sublime di Buzzati, di questo scrittore dell’”assurdo-reale”, capace, sotto gli occhi del lettore, di far diventare realtà quell’assurdo che ci circonda. Così come è assurda tutta l’esistenza del tenente Giovanni Drogo, protagonista del libro, che parte giovanissimo per la Fortezza Bastiani, un avamposto desolante e decadente che esercita una strana malia su ogni ufficiale. Proprio a causa di questa “forza di seduzione”, Drogo, dapprima deciso a fermarsi lì per pochi mesi, decide di restare in quel luogo solitario per anni aspettando l’arrivo dei Tartari, cosa che diviene la ragione pura del suo esistere e di quello di molti altri soldati. Ma per un tempo interminabile, che Drogo vede sfuggire sotto i suoi occhi, la Fortezza continuerà a rimanere isolata, senza diventare il tanto atteso teatro di rovinose incursioni da parte dei nemici. Così i zelanti militari si ritroveranno a vivere in una sterile attesa, popolando la loro vita di pigre e tediose abitudini. Trascorsi quasi quindici anni dal suo arrivo alla Fortezza, il tenente Drogo si accorgerà che la giovinezza gli è ormai sfuggita di mano e neanche una breve licenza nel suo paese natio gli potrà risollevare il morale. Anzi, ritornando a casa, Giovanni, si renderà conto che il tempo e la lontananza ormai hanno steso un velo di separazione troppo pesante tra sé e il suo passato. Da questo momento il ritmo del libro si farà molto più veloce, basti pensare che in pochi capitoli si avvicendano più di venticinque anni, per giungere poi alla beffa più grande che la vita fa al tenente Drogo: proprio quando Giovanni è afflitto da una grave malattia, che lo costringe all’immobilità, sopraggiungono i Tartari, i tanto bramati nemici. Il tenente, nonostante gli innumerevoli anni di servizio alla Fortezza, è costretto a lasciarla proprio nel momento più “saliente”, semplicemente per non occupare una brandina che potrebbe essere utile a qualche soldato ferito. Così Drogo abbandona quella che è stata la sua casa per tanti anni e, nel viaggio di ritorno, muore in solitudine ma non in disperazione: finalmente si è convinto che la “Missione Suprema” è proprio quella che sta affrontando, ovvero morire “esiliato fra ignota gente”, solo e abbandonato. Insomma, un finale stupendo che non smentisce la bravura di quest’autore, abilissimo nel cogliere i miti, i sussulti, i misteri e le infinite sfaccettature del vivere. |
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di Alessandro Baricco |
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“Accadono cose che sono come domande. Passa un minuto, oppure anni, e poi la vita risponde” Da: Castelli di rabbia
“Castelli di rabbia” è il primo romanzo con cui esordì, nel non troppo lontano 1991, Alessandro Baricco e rappresenta il biglietto da visita di uno scrittore originalissimo che in punta di piedi si è affacciato sul tradizionale panorama letterario. Nel libro sono contenuti gli aspetti più importanti dello stile di Baricco, capace di portare avanti più storie parallelamente con una penna inconfondibile. Infatti, dal punto di vista puramente tecnico, i libri di questo scrittore sono ricchi di invenzioni linguistiche e di una fantasia fuori dal comune. L’abilità tecnica di Baricco si traduce poi in vicende e situazioni intriganti come accade in “Castelli di rabbia”. Il libro è ambientato nel diciannovesimo secolo in una cittadina immaginaria, Quinnipak, popolata da personaggi stravaganti e bizzarri. I molteplici protagonisti, sempre indaffarati nella rincorsa ai loro sogni, riescono a creare una piccola galassia di storie che suscitano un sentimento a metà strada fra la sorpresa e l’ammirazione per un autore di questo calibro. Ci si appassiona, così, ai risvolti dell’ambigua relazione amorosa fra la signora e il signor Rail, alle preoccupazioni di un architetto sognatore, alle stramberie di un inventore “pazzoide” e alla vicenda, forse la più triste e la più toccante, di un bambino che annota giornalmente le massime sulla vita e aspetta pazientemente di crescere. In questo guazzabuglio di storie aleggiano due immagini particolari: il sogno e la rabbia, che sono anche il motivo del titolo del libro. I “castelli” sono in realtà quei sogni che Baricco invita a rincorrere incessantemente e la rabbia è rappresentata dall’eterna insoddisfazione dei protagonisti, coscienti di non poter mai realizzare questi tanto bramati sogni. In conclusione, un libro singolare e un po’ nevrotico, che sembra aderirsi perfettamente anche alla realtà odierna. |
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di Leonardo Sciascia |
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“Anche quando avremo messo a posto tutte le regole, ne mancherà sempre una: quella che dall'interno della sua coscienza fa obbligo a ogni cittadino di regolarsi secondo le regole” Indro Montanelli
“A ciascuno il suo” è un’opera che, sostanzialmente, nella sua bellezza ed originalità, nasce per essere negata, poiché solo rifiutandola il lettore può mettersi l’anima in pace. Altrimenti come placare la curiosità di fronte ad un giallo senza colpevole? Sembra un assurdo ma è proprio questa la peculiarità di Sciascia: la conclusione dei suoi libri non prevede la rivelazione del delitto e il lettore rimane impotente, sbalordito e deve rinunciare al piacere di riannodare il filo degli eventi, come spesso accade nei romanzi gialli. Il senso di impotenza che prova il lettore nell’avvicendarsi delle situazioni non gli evita però di seguire appassionatamente le indagini del professor Laurana, protagonista del libro. Insegnante liceale di italiano e filosofia, Laurana rimane profondamente scosso da un duplice omicidio avvenuto in un paese siciliano e, non accontentandosi della versione ufficiale dei fatti, decide di svolgere delle ricerche in proprio, mosse da una pura curiosità di tipo intellettuale. Così, si trova invischiato in una intricata situazione che prende avvio dall’uccisione del farmacista Manno e del dottor Roscio, barbaramente uccisi a colpi di fucile. Le indagini conducono Laurana a una tragica scoperta: Sciascia lascia intendere che si tratta di un omicidio passionale; Roscio è stato ucciso dall’amante, nonché cugino, di sua moglie e Manno è morto perché l’assassino non poteva lasciar vivere uno scomodo testimone oculare. Ciò che è più sbalorditivo è l’assassinio dello stesso Laurana che, dopo aver scoperto la verità, paga la sua curiosità ad un prezzo molto alto. Un romanzo, insomma, breve ma molto intenso dal quale trapelano, secondo un tipico schema sciasciano, la profonda sfiducia e diffidenza nei confronti dello stato. |
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TERESA BATISTA STANCA DI GUERRA di Jorge Amado |
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“La vita è un insieme di avvenimenti, di cui l'ultimo potrebbe anche cambiare il senso di tutto l'insieme” Italo Calvino
Per l’ennesima volta, dopo il contraddittorio “Dona Flor e i suoi due mariti”, Jorge Amado ci presenta l’immagine, o almeno ci fa intendere un altro scorcio, del suo amatissimo Paese, il Brasile. Questa volta la vicenda è ambientata nelle terre del Rio Real, nel Sertão, al confine tra gli stati di Bahìa e Sergipe. E’ proprio qui che vive i suoi anni migliori Teresa Batista che, appena tredicenne, si ritrova orfana di madre e di padre e viene venduta dalla zia allo spregevole capitano Justiniano Duarte Da Rosa, viscido allevatore di galli da combattimento. La fanciulla parte subito così, come si affretta a narrare Amado, per un misero destino di “peste, fame e guerra”. A casa del capitano Justo la ragazza è vittima di violenze inaudite e viene deflorata prima ancora di diventare una donna. Pur di sverginarla, il capitano Justo arriva a torturarla, bruciandole i piedi con un ferro da stiro, ma Teresa, stanca della situazione e per lo più invaghita di un giovane, che si rivela essere un codardo, prende una decisione estrema e uccide il suo odioso “protettore”. Uscita di prigione, grazie al benestare del dottor Emiliano Guedes, rimasto allibito dalla sua ammirevole bellezza, la ragazza entra nella casa di prostituzione di Lulù Santos. Dopo poco tempo il dottore la porta via dal bordello per condurla nella sua casa di campagna, dove Teresa diventa la sua mantenuta. Emiliano, seppur la costringe ad abortire un figlio indesiderato, è il primo uomo che la tratta con dolcezza, a regalarle una rosa, a chiamarla “favo di miele”. Di conseguenza, nei suoi confronti Teresa prova a mano a mano un affetto sempre crescente, che si tramuta un giorno in incontenibile amore. Sono questi i tempi d’oro della vita della fanciulla, solo ancora diciassettenne, che finiscono ben presto con la morte improvvisa del dottore. Teresa, per l’ennesima volta delusa da ciò che le offre la vita, si rinchiude di nuovo in un casino, salvando le prostitute dal vaiolo e incoraggiandole a riscattare la propria situazione. L’epopea si conclude solo quando Januario, nuova fiamma di Teresa, torna dopo un lungo viaggio in mare e conduce la sua amata lontano, via dai brutti ricordi che l’hanno inevitabilmente segnata per il resto della sua esistenza. Un libro intenso, insomma, che anche se si concentra sulla vita di una sola persona riesce a narrare tanti piccoli micromondi, come solo gli scrittori sudamericani sanno fare, mixando il tutto in un ambiente descritto con superba bravura al punto da venire un’irresistibile voglia di essere lì con i personaggi. |