Antonella Cilento

Nero napoletano

 

recensione a cura di

Federica Marletti (3F)

 

In una Napoli le cui stagioni mutano in men che non si dica, protagonista del romanzo è il tempo, il “cattivo feudatario […] che non sa bene dove inizi e dove termini la sua proprietà”.

In un gioco di flashback, dejas-vu e giochi temporali si assiste ad una fusione alquanto particolare tra passato e presente: Elide, giovane impiegata presso i Beni Culturali di Napoli, coltiva fin da bambina un amore viscerale per la lettura, che le permette di rifugiarsi in storie fantastiche.

Fino a quando l’immaginazione le passa davanti in un trafficatissimo incrocio (con annesse imprecazioni dialettali!) sul Rettifilo: un uomo misterioso che crede d’aver già visto da qualche parte, e che le incute non poca paura. Da quel momento Elide si ritroverà coinvolta in una congiura nel lontano 1701.

Lo spazio diviene scenario di una storia trasversale, costituito da una Napoli a tratti caravaggesca, ove quartieri remoti illuminati da rari bagliori e popolati da personaggi enigmatici resistiti al logorio del tempo, vengono messi in contrasto con la sovraffollata Piazza Garibaldi animata dai taxisti, che da classici napoletani quali sono, non perdono occasione per parlare delle malattie della suocera del cugino della loro zia, o di chiunque altro si tratti!

Lo stile è fluido e rassicurante, colmo di espressioni dialettali che rendono animato il romanzo, come se godesse di vita propria.

La Cilento fa un silenzioso richiamo al destino come scelta, alla coscienza della possibilità di un futuro che si perfeziona con la conoscenza del proprio passato. E vi è forse un, non proprio silenzioso, rimprovero (?) alla sua Napoli che ha avuto ed ha da sempre, come un gene impiantato nel Dna, la volontà di “lamentare chi governa e non chi è governato”; tuttavia ne parla con fare materno, come una madre lo fa di un figlio un po’ cattivello, magari l’ultimo in tutto ed anche un po’ bruttino, e ciononostante il suo preferito.