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Erich Fromm Avere o essere?
Sara Pluviano (4F) |
“Avere o essere?”, domanda quasi shakespeariana, è il titolo del saggio forse più famoso di Erich Fromm. Dopo essersi preoccupato di cosa sia l’amore, in “L’arte di amare”, Fromm indaga su due fondamentali modalità d’esistenza, due diverse maniere di atteggiarsi nei propri confronti e in quelli del mondo, due diversi tipi di struttura caratteriale: AVERE ED ESSERE.
Nella prima, ovvero nella modalità dell’avere, il rapporto dell’individuo con il mondo è di possesso o proprietà. Nella modalità dell’essere, invece, il singolo instaura un rapporto di autenticità e di vitalità con il mondo.
Queste due sfere vengono man mano chiarite nell’opera, divisibile per praticità in tre parti.
Nella prima l’autore offre degli esempi per capire la differenza tra avere ed essere, nella seconda analizza le differenze fondamentali tra le due modalità d’esistenza, nella terza, infine, dà uno sguardo all’uomo nuovo e alla nuova società.
Dagli schemi illustrati fino a questo momento, si può facilmente comprendere che in “Avere o essere?” Fromm propone all’uomo contemporaneo la scelta netta tra due categorie: o quella dell’avere, dominante nella società consumistica di oggigiorno, o quella dell’essere, cui la nostra stessa società dovrebbe aspirare.
Fin dai primi righi di questo saggio, appare chiaro che l’autore disprezza profondamente la modalità esistenziale dell’avere, che ha sì indotto l’uomo a possedere le cose, ma ha anche fatto sì che le cose possedessero l’uomo.
Tale concezione, basata sul moderno assioma “Io sono ciò che ho”, trova il suo fondamento nella proprietà privata (dal latino “privare”, portare via ad altri). Questo tipo di proprietà è ormai diffusissimo, infatti, anche se vi sono persone povere che non godono di proprietà nel senso effettivo, cioè di capitali ed impianti, nella nostra società industrializzata non esiste uomo che non possegga e miri a conservare qualcosa, anche se in misura infinitesimale. Ciò appare più semplice se si considera che il sentimento di proprietà, così come lo intende Fromm, non riguarda solo le cose inanimate, ma anche le persone, i sentimenti, le idee, le credenze e le abitudini. La gente esprime questo atteggiamento di ossessività parlando di “mio padre”, la “mia famiglia”, “la mia salute”, le “mie abitudini” e così via. Tali comportamenti, ovviamente, non sono condannabili in quanto naturali. Ciò che invece è da biasimare nella società contemporanea consiste nell’atteggiamento consumistico che dilaga fra di noi e che inficia il nostro Io. L’”usa e getta” si basa ormai su un noto circolo vizioso: acquisizione-possesso e uso transitori-eliminazione-nuova acquisizione. Così facendo l’Io diventa un oggetto da abbellire, da offrire sul mercato come fa la stragrande maggioranza degli occidentali. Fromm insiste sul fatto che, andando avanti di questo passo, si andrà incontro all’alienazione, un effetto capace di mutare radicalmente i rapporti dell’uomo con i suoi simili, con il lavoro, con le cose e con se stesso. In poche parole, la corsa sfrenata a “ciò che è bello” creerà come diretta conseguenza una società dove l’uomo ha perduto il predominio ed è possessore solo di una personalità fittizia.
Un’ ipotesi di società “mentalmente sana” è realizzabile solo se l’uomo si riconoscerà nel modello esistenziale dell’essere, smettendo così di essere alienato e diventando protagonista della propria vita. In tal modo l’uomo potrà anche ristabilire rapporti di pace e solidarietà con gli altri, rinunciando ad espandere “quantitativamente” il proprio Io e liberandosi da ciò che possiede, come suggerito da Albert Schweitzer.
L’ipotesi della “città dell’essere” avanzata da Fromm non deve apparire ai nostri occhi come un mero segno utopistico, perché un nuovo mondo è possibile, dipende solo dalla volontà dell’uomo. Almeno, come dichiarò lo stesso Fromm in una intervista ci si dovrebbe prefiggere non lo scopo di raggiungere la modalità dell’essere a tutti i costi, ma la certezza di muoversi nella giusta direzione.