Gabriel García Márquez

Cent'anni di solitudine

a cura di

Sara Pluviano (3F)

 

Albero genealogico   Commento   Microcosmo e Macrocosmo   Personaggi

 

 

Il primo della stirpe è legato a un albero

e l’ ultimo se lo stanno mangiando le formiche”

Albero genealogico

 

                                                                   

                                                                      

 

Commento

 

Nel corso di soli quarant’anni di fervida attività letteraria, Gabriel García Márquez è riuscito a scrivere dei romanzi straordinari ma con Cent’anni di solitudine non solo è finalmente arrivato a una fetta di pubblico molto più vasta ma, a mio parere, è anche riuscito ad esprimere pienamente il suo portentoso genio creativo. 

Già in lavori precedenti lo scrittore sudamericano aveva dato sfoggio di possedere grandi abilità. Come non ricordare a tal proposito Cronaca di una morte annunciata, grandiosa opera sull’onore e sull’assurdità della vita, che, già dai primi righi, lascia lo spettatore col fiato sospeso con la promessa solenne che Santiago Nasar morirà.

Di impronta ben diversa  sono L’amore ai tempi del colera e Dell’ amore di altri demoni.  Se il primo è in realtà una eccezionale epopea sentimentale, un travolgente inno alla fantasia e alla vita, che personalmente ho trovato illuminante e  sorprendente, il secondo romanzo è quasi il rovescio dell’ amore raccontato in L’ amore ai tempi del colera. Lo stile è però sempre quello inconfondibile di Márquez, capace di “invadere i sentimenti e gli occhi”, trasportando il lettore in un universo nel quale è libero di scavare nell’ anima dei personaggi, conoscendone ogni pregio e difetto e vivendo con ognuno di essi irripetibili emozioni. 

Con Cent’anni di solitudine Márquez compie un altro salto di qualità creando un mondo in cui realtà e fantasia si mescolano in un impasto narrativo sempre ai limiti dell’ onirico. Ma il lettore è sempre cosciente che Macondo non è una mera illusione… è realtà vivificata da personaggi fantastici nei quale ci si può facilmente identificare proiettando il proprio destino nel loro. 

Forse era proprio questo l’intento di Márquez: concentrare in pochi personaggi il destino di tutti gli uomini, caratterizzato da una progressiva perdita di armonia e semplicità a causa del devastante incombere del progresso.

Ma in questo libro l’autore analizza tanti altri temi; dalla solitudine, talvolta voluta o imposta dal caso, al tempo, che non procede ma si ripete in sequenze sempre uguali protraendo le vite degli uomini fuori dai loro limiti naturali.  Trovano largo spazio anche argomenti come la solidarietà, l’onore, l’odio verso la burocrazia e infine la conoscenza intesa come potere e, in un suo ultimo stadio, come dolore e poi catarsi. 

Credo sia eccezionale il modo con cui Márquez ha sviluppato questi temi, fondendoli in un unico innesto. Inutile dire che Cent’anni di solitudine

è un libro che trovo fantastico e che consiglio di leggerlo subito a chi non l’abbia ancora fatto. D’altronde c’è una garanzia impagabile: l’autore è Gabriel García Márquez.

 

 

“Tutto il mondo esiste per essere raccontato in un libro”

Mallarmé

 

  

Microcosmo  e Macrocosmo

 

Uno dei tanti metodi per leggere Cent’anni di solitudine

 

 

 

Gabriel García Márquez nasce ad Aracataca nella Colombia Atlantica nel 1927. Proveniente da una famiglia di disponibilità economiche molto modeste, viene lasciato dai genitori alla cura dei nonni quando è ancora un bambino.  Suo nonno materno, un vecchio colonnello di fede liberale, sarà colui che lo accompagnerà a conoscere il ghiaccio nello stabilimento di una famosa multinazionale, mentre la nonna, confidente dei morti e grande narratrice di storie magiche e sorprendenti, sarà un punto di riferimento molto importante nella vita del nipote.

Dopo aver trascorso l’infanzia in un villaggio ormai depresso a causa dell’improvviso boom bananiero dei primi due decenni del secolo, Gabriel incomincia a scrivere i primi racconti per poi intraprendere l’ attività di giornalista e di scrittore. Il suo successo non tarderà a venire.

Mi è sembrato doveroso riportare almeno questi pochi cenni sulla vita di Marquèz in quanto, dopo aver analizzato alcune delle sue opere, ho avuto modo di constatare che le vicende dei suoi libri, in particolare quelle di Cent’anni di solitudine, richiamano sempre qualche importante evento della vita dello scrittore. Come non paragonare ad esempio la scoperta del ghiaccio che Marquèz fece da piccolo con quella di Aureliano o la figura di sua nonna con la celebre matriarca del libro di cui tra poco andrò a parlare?  Lo stesso villaggio in cui l’ autore trascorre la sua infanzia è in realtà la trasposizione reale di Macondo, luogo che rappresenta il paradigma della solitudine, e la devastazione che esso subisce a causa del boom bananiero è la stessa che mette a soqquadro la placida, ma allo stesso tempo irrequieta vita dei personaggi che popolano Cent’anni di solitudine.

In un’intervista recente, Marquéz ha dichiarato che c’è un aspetto del libro che è sicuramente sfuggito ai critici: l’immensa compassione dell’autore per le sue povere creature.

C’è da chiedersi però quale sia il motivo di questa compassione. Ad una prima analisi ho pensato che tale sentimento fosse spinto dal quasi istintivo senso di pietà e di partecipazione che l’autore, come del resto anche il lettore, prova nei confronti dell’intera dinastia dei Buendía, condannata a “non avere una seconda opportunità sulla terra”. Ad un’analisi più approfondita, invece, ho avuto modo di comprendere che questa compassione è la risposta diretta ed immediata della presa di coscienza di una realtà storica tragica e angosciosa, quella dei Paesi latino-americani, assoggettati dall’imperialismo degli Stati moderni, dilaniati dalle innumerevoli guerre civili, oppressi dalle dittature, condannati al sottosviluppo economico o addirittura cancellati dalla faccia della terra.

Proprio grazie a quest’interpretazione è possibile comprendere come in “Cent’anni di solitudine” riescano a fondersi due dimensioni: il microcosmo, che si anima con ogni singolo personaggio, e il macrocosmo, che prende vita attraverso il binomio Macondo-realtà sudamericana.

Tale realtà si rispecchia come un dagherrotipo, termine che ricorre frequentemente nel libro, nel villaggio di Macondo che sembra quasi essere vivo e reale e non un parto della genialità creativa di Marquéz. In questa dimensione, dove tutto è possibile, si aggirano i personaggi più surreali e vibranti che abbia mai incontrato in un libro.

Tutto comincia con i due fondatori del villaggio e capostipiti della stirpe: Josè Arcadio Buendía e Ursula.  Essendo cugini, con loro inizia anche la superstiziosa paura che attanaglierà la famiglia per ben sei generazioni: il terrore di generare un figlio con la coda di maiale a causa di questo incesto.

Nonostante questo timore, le unioni non mancheranno; la dinastia conoscerà innumerevoli Aureliano, caratterizzati tutti da una strana volontà di isolarsi e di viveri in solitudine, e altrettanti Josè Arcadio, tutti indomiti e violenti. 

Riassumere in poche righe Cent’anni di solitudine sarebbe l’ impresa più folle che io abbia mai tentato. Forse lo stesso Gabriel García Márquez, nella stesura della sua opera, sarà più volte tornato indietro di qualche pagina per ricordare le relazioni esistenti fra i personaggi che aveva creato.

Credo sia meglio presentare questo libro come una favola, come d’ altronde credo l’ autore abbia voluto che fosse intesa così questa sua fatica.  Del resto, tutto in Cent’anni di solitudine assume i connotati di una fiaba.  Fiabeschi sono gli stessi personaggi che, seppur inseriti in uno spazio apparentemente esistente, sono per certi vesti surreali.  Fiabesco è anche il tempo che non scorre mai, ma si ripete in modo sempre uguale protraendo fino all’inverosimile le vite dei personaggi. Ma è proprio nel tempo che questa dinastia scolpisce il suo nome fino a quando non dovrà fare i conti con un segreto inenarrabile…

L’unico che ne è a conoscenza è Melquíades, misterioso zingaro nonché deus ex-machina di Cent’anni di solitudine.

 

 

Personaggi

 

“Allora Ursula pensò che mentre gli Aureliani erano riservati, ma con discernimento lucido, i Josè Arcadio erano impulsivi e intraprendenti, ma erano marcati da un segno tragico”.

Cent’anni di solitudine

  

Melquíades: è il vero deus ex-machina di Cent’anni si solitudine. Arrivato a Macondo poco dopo la fondazione del villaggio, sconvolge la placida vita dei cittadini trascinando di casa in casa le diavolerie più strane che inventava. Diceva di essere in possesso delle chiavi di Nostradamus e di avere un’immensa sapienza in ambito esoterico. Nonostante il suo aspetto impenetrabile e per certi versi inquietante, aveva un non so che di strano che lo legava ai minuscoli problemi della vita quotidiana. Tuttavia né ciò e né l’incombere di malanni senili, gli vieteranno di trascorrere molto tempo con i Buendía, diventando una presenza constante nel libro e molto misteriosa…

 

Josè Arcadio Buendía: insieme a sua moglie Ursula, è il capostipite della stirpe dei Buendía. Di aspetto pulito e carattere intraprendente, questo personaggio subisce una netta trasformazione con l’ arrivo della tribù di Melquíades. Infatti, dopo le innovazioni portate dagli zingari, da onesto lavoratore e costruttore di case diventa uno scansafatiche dall’aspetto ciondolone, trascurato nel vestire e con una barba “selvatica e indomabile”.  Ciò è causato senza dubbio dalle lunghe giornate che trascorre in laboratorio con Melquíades, cercando di venire a conoscenza delle meraviglie del mondo.  Questa sua passione diventerà una vera e propria ossessione che lo porterà al delirio e alla follia. Perciò trascorrerà il resto dei suoi giorni attaccato ad un castagno ripetendo frasi in latino incomprensibili fino al momento in cui la morte non arriverà anche per lui.

 

Ursula: insieme a Pilar Ternera, è la matriarca della stirpe dei Buendía.

È descritta come una donna seria, precisa ed estremamente attiva, di laboriosità simile a quella di suo marito. Decisamente contraria alla diavolerie portate dagli zingari e alle stramberie di suo marito, dimostra di possedere nervi saldissimi anche nei momenti più difficili. Come Melquíades, anche la sua è una presenza constante nel libro dovuta non tanto al ruolo che ha in ogni singola vicenda, bensì alla sua interminabile esistenza che le susciterà, all’età di quasi 120 anni, l’irresistibile desiderio di mettere fine ai suoi giorni.

 

Pilar Ternera: lasciandosi alle spalle un passato per niente felice, che porta il segno di ripetuti abusi sessuali, questa donna giunge a Macondo insieme alla famiglia Buendía. In poco tempo  riesce ad insidiarsi nella loro casa e a intrecciare relazioni torbide con molti de personaggi maschili.  Per buona parte del racconto, poi, questo personaggio finirà quasi nel dimenticatoio, rivestendo il ruolo marginale di veggente e chiromante. La sua figura riavrà più importanza solo verso la fine del libro, quando questo personaggio riapparirà nel ruolo di una pluricentenaria sorvegliante di una casa di malcostume.

 

Aureliano: primogenito di Josè Arcadio Buendía e Ursula è senza dubbio il personaggio più avvincente e suggestivo di Cent’anni di solitudine. Rivolgendo una posizione sempre centrale nel libro ed essendo sempre presente dalla prima all’ ultima pagina, è impossibile fare una breve descrizione del mio amato colonnello. Userò perciò alcune parole dello stesso autore per delineare questa figura: il colonello Aureliano Buendía promosse 32 sollevazioni armate e le perse tute. Ebbe 17 figli da 17 donne diverse, che furono sterminati in una sola notte prima che il maggiore avesse compiuto 35 anni. Sfuggì a 14 attentati, a 73 imboscate e a un plotone d’esecuzione… Malgrado avesse combattuto alla testa dei suoi uomini, l’unica ferita se la produsse lui stesso dopo aver firmato la capitolazione di Neerlandia che mise fine a quasi 20 anni di guerre civili. Si sparò un colpo di pistola nel petto e il proiettile gli uscì dalla schiena senza ledere alcun centro vitale. Tutto ciò per finire i suoi giorni chiuso in un laboratorio a fabbricare pesciolini d’oro.

 

Josè Arcadio: secondogenito della stirpe dei Buendía, si innamora follemente di Pilar Ternera e dalla loro unione nascerà un figlio, Arcadio, che diverrà una specie di dittatore a Macondo.

 

Amaranta: figlia di Josè Arcadio Buendía e di Ursula, è la protagonista femminile assoluta di Cent’anni di solitudine.  Di bell’aspetto e grande intelligenza, trascorre l’ infanzia con i suoi fratelli e diventa in brevissimo tempo una donna. Con l’arrivo di Rebeca, che viene adottata dalla famiglia  Buendía, si vede costretta ad usare ogni mezzo a sua disposizione per non essere “ignorata” e soprattutto per ricevere le attenzioni di Pietro Crespi, promesso sposo a Rebeca. Quando però il suo interesse viene ricambiato dal suo futuro cognato, Amaranta si chiude in un silenzio tombale, isolandosi da tutto e da tutti.  Ciò provoca la morte di Pietro che, in un accesso di delirio, si suicida per amore. Da quel momento in poi Amaranta decide di vivere in solitudine portando sempre sulla mano una fascia nera, unica traccia esterna che riesce a lasciarle questa tragedia e feticcio che avrà con sé fino alla morte.

 

Rebeca: è un personaggio sicuramente positivo. 

Arrivata a Macondo all’età di undici anni, bussa alla porta dei Buendía cercando ospitalità. Con sé non ha nient’ altro che un piccolo bauletto e un sacco contenente le ossa dei suoi cari genitori.  Trascorre gran parte della sua adolescenza chiusa in casa per sua volontà, senza parlare, tanto che si arrivò a pensare che fosse sordomuta, e mangiando di nascosto la terra umida del patio e i calcinacci che staccava dai muri con le unghie.  Dopo alcuni anni però dà segni di ristabilimento e, cominciando ad apparire anche in pubblico, riceve le attenzioni di molti pretendenti.  Oltre a Pietro Crespi, in questa cerchia rientra anche Arcadio, suo fratello acquisito.  L’ amore fra i due esplode e, costretti da Ursula ad abbandonare la casa, Rebeca ed Arcadio costruiscono una nuova casa nella quale vivranno felici per molto tempo.  La tragedia però incombe anche sul loro destino.  Infatti, un giorno Arcadio viene trovato misteriosamente assassinato e la colpa ricade sulla sola persona che era con lui in quel momento: Rebeca. Additata da tutti come assassina, Rebeca, indignita per le accuse, decide di chiudersi in casa e di non uscire mai più.  Riuscirà a mantenere il suo proposito e la morte arriverà per lei in perfetto silenzio molti anni dopo.

 

Remedios la bella: bisnipote di Ursula, vive dalla nascita chiusa in casa.  La sua segregazione forzata è dovuta alla sua bellezza inquietante, capace di far impazzire d’amore ogni uomo e causa del suo epiteto. Completamente priva di malizia, la ragazza gira per casa nuda, inconsapevole del suo effetto sugli uomini, e fino all’ età di 20 anni è non sa leggere, scrivere, vestirsi da sola, pulirsi o controllare il suo corpo.  L’unica soluzione che appare adatta a Ursula per risollevare il destino della binipote , e quello di molti suoi adulatori, è quello di chiudere la giovane Remedios in convento. Un giorno però, dopo anni di clausura, Remedios ascende miracolosamente in cielo sotto lo sguardo allibito delle monache.

 

Aureliano Secondo e Josè Arcadio: sono gli unici dei 17 figli del colonello Aureliano Buendía ad essere sopravvissuti. Avendo in comune solo l’ aspetto solitario della famiglia, sono due personaggi molto diversi tra loro. Aureliano Secondo è sicuramente più introverso e, seguendo la scia di suo nonno, preferisce trascorrere le giornate chiuso in laboratorio piuttosto che passegggiare per Macondo.  Josè Arcadio, invece, ha un temperamento molto più aggressivo e il suo destino si delinea fin da quando, quasi bambino, chiede a suo padre di poter assistere a una fucilazione.

Il passo dall’ infanzia alla carriera militare sarà molto breve.

 

Josè Arcadio, Amaranta Ursula e Meme: sono i tre figli di Aureliano Secondo e Fernanda del Carpio, voluti dalla povera Fernanda solo per poter legare a sé suo marito e strapparlo dalle braccia della concubina Petra Cotes. Tutti e tre vengono affidati alle cure di Ursula, la loro trisnonna, ma ricevono allo stesso tempo le ossessive attenzioni di Fernanda.  Josè Arcadio sarà destinato a diventare prete, Amaranta Ursula si sposerà con un fiammingo e Meme vivrà una controversa relazione con un uomo dalla cui unione nascerà Aureliano.

Aureliano: figlio illegittimo di Meme e di un uomo malvoluto da Fernanda, Aureliano viene accettato in casa ma rimane chiuso nel suo mutismo per molti anni fino a quando con lui non verranno a vivere anche Amaranta Ursula e suo marito Gàston.  Aureliano scoprirà allora di avere un debole per sua zia che, seppur con un’iniziale reticenza, non tarderà a ricambiare le sue attenzioni.  Da questa relazione, che travolge i due in una torbida passione, nascerà l’ultimo discendente della stirpe dei Buendía, con il quale essa si chiude definitivamente.