Un caso molto strano...
Sara Scorza 2 H |
Fino ad allora le serate estive erano state limpide, con le stelle che splendevano con tutta la loro energia, ed io ero lì ad ammirarle fino alla noia, alcune volte fino all’alba, ma non sapevo che quella telefonata ricevuta mi avrebbe fatto ricordare quella vacanza per tutt’altro motivo: il mio commissario mi chiedeva, con quella semplicità a cui sapevo di non poter dire di no, di perlustrare una vecchia casa semi abbandonata per completare certe indagini, che io semplice agente non potevo approfondire. Il giorno seguente mi recai sul posto e decisi di entrare in casa, anche se un po’ spaventata, ma in fondo il pericolo era il mio mestiere; accesa la luce non notai niente di strano, tranne un quadro che pareva osservarmi e resti di candele accese, sentivo un leggero odore dolciastro e con la superficialità di chi non vuol capire pensai che fosse deodorante;scossa da un brivido, cominciai a salire le scale che portavano alle camere da letto, del ragazzo che prima aveva visto entrare, non c’era traccia!
Decisi di scendere, ma messo il piede sul primo scalino, egli mi comparse dinanzi, in fondo alla scalinata. Provai sollievo nel vederlo, ma l’aria assunta dal giovane non mi convinceva. Decisi di indagare. Non mi chiese nulla, ne perché mi trovassi lì, ma con aria glaciale mi fece accomodare a bere qualcosa. Mentre ero di fronte alla tazza di tè ripensai alla legenda sulla casa stregata, che mi raccontava mia madre; non ebbi il coraggio di bere neanche un po’ di quel tè, la mia mente era affollata di pensieri e confusa perché l’esperienza che stavo vivendo sapeva di mistero. Con una scusa lasciai la casa con la speranza di non essere inseguita, assorta nei miei pensieri, trasalì sentendo una mano appoggiarsi sulla mia spalla, diedi un urlo, mi voltai e dietro di me non c’era nessun’altro che Luisa: la mia amica e collega di lavoro. Fu con grande sollievo che appresi che era venuta ad aiutarmi, in questo mio lavoro extra, giacché ero in vacanza, Luisa che era un altro esempio di dedizione al lavoro. Le raccontai l’accaduto e lei mi propose la sua collaborazione.
Il giorno seguente rientrammo nella casa e trovammo ancora lui: il ragazzo che ci offrì da bere, io non presi nulla, Luisa sì, di fronte alla tazza di tè ella rimaneva misteriosamente immobile, muta; i suoi occhi si trasformavano, mi fissava con sguardo di ghiaccio, cominciai a vedere in lei qualcosa di losco. Intanto il ragazzo mi sorrideva come se non si acco4gesse di niente. Luisa cambiava sempre più la sua espressione , assumendo un’aria ostile. Anche il ragazzo stava cambiando, il suo sorriso era cattivo. Non potevo crederci, era impossibile, ma vero: erano coalizzati contro di me. D’improvviso vidi che chiudevano le porte e le finestre, ero impietrita. Cercai di fuggire, ma era inutile, ero bloccata da Luisa che tentava di saltarmi addosso. Avevo violato il loro segreto nel tentativo di svelare i misteri di quella casa misteriosa e abbandonata.aveva ragione il mio capo: quella era la sede di una setta satanica, ove si svolgevano pratiche losche e violente. Ma bisognava averne le prove!! Capii che la prova inconfutabile sarebbe stato il mio cadavere. D’improvviso mi si chiuse la gola, urtai sotto contro il tavolo, caddi, si rovesciarono alcune sedie…svenni. Ancora immersa in uno strano torpore, sentivo lontano un trillo fastidioso e insistente…era la sveglia. Era tardissimo!! Mi guardai le braccia, guardai fuori e…pioveva, come avviene in inverno. Era stato solo un brutto incubo.