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PERCORSO ATTRAVERSO ARGOMENTI INTRIGANTI ED ATTUALI QUALI LA DONNA, LA POLITICA & L’AMORE…
Classe 4E: FEDERICA CAPPARELLI, APOLLONIA MARTIRANI, ADRIANA MATTEI, FABRIZIA VERDICCHIO Aprile 2006 Diretto dalla Prof. Maria Luisa Petrosillo |
La donna, nella storia della civiltà occidentale, è sempre stata subordinata all’uomo: le differenze tra i due sessi hanno portato il maschio a prevalere e ad occupare un posto privilegiato nella società. La donna fin dall’antichità,è sempre stata considerata un essere inferiore e si è evoluta in una società sostanzialmente misogina,oppressa dalle convenzioni sociali. Molte credenze, molti pregiudizi, che sussistono ancora oggi nell’immaginario collettivo, hanno origine molto lontana e sono stati influenzati persino dal pensiero dei classici. Nei secoli successivi il ruolo della donna è continuato ad essere sottovalutato rispetto a quello degli uomini, benché la figura della donna cominciasse a crescere d’importanza nel campo letterario. La “donna” era rappresentata come un essere angelico, bellissimo e il mondo era molto differente dalla situazione in cui realmente vivevano le donne allora. All’inizio del ‘900 la condizione della donna comincia a cambiare e si può parlare di donne ”in movimento”: cominciano a nascere organizzazioni e associazioni di donne che si univano per combattere assieme contro tutte le discriminazioni della società misogina che da secoli le opprimeva. Nel 1914, con l’inizio della guerra, le femministe sospendono le proprie rivendicazioni per compiere il proprio dovere di donne, mettendosi così alla prova. Con la fine della guerra, le donne vanno alla ribalta, la produzione culturale cresce di molto, ma quelli che erano i movimenti per l’emancipazione femminile d’inizio secolo vengono sommersi da quella che è la nuova immagine di donna moderna “AMERICAN STYLE”. Questo avviene in America: la donna viene liberata da molti lavori onerosi grazie al miglioramento delle tecnologie e si sentirà finalmente autonoma. Nel XX secolo la partecipazione delle donne alla vita culturale conosce uno sviluppo senza precedenti. Le lotte femministe per la parificazione degli studi, l’aumento delle tecniche e la maggiore autonomia conquistata permettono alla donna di esercitare professioni intellettuali e artistiche. Nonostante questo le donne continuano ad essere sottovalutate e sfruttate, si incontrano con il pregiudizio dell’inferiorità femminile e questo grazie alle tendenze presenti in tutto il secolo che, se da un parte permettevano l’educazione mista, dall’altra non permettevano che questi cambiamenti avvenissero anche sul piano socio-culturale. Le femministe denunciano che gli uomini si attribuiscono di diritto la produzione e il controllo della cultura. Gli uomini continuano a considerare la produzione femminile, escludendo quella di qualche “donna eccezionale”, come subordinata a quella maschile.
Ora facciamo un giusto percorso nei lavori della donna.
I cambiamenti nella società, che avvennero a partire dal secondo dopo guerra, portarono a trasformazioni radicali nella costruzione dei ruoli dei maschi e delle donne. I cambiamenti più evidenti, però, si ebbero negli anni 70; infatti negli anni 60 vi era ancora un regime patriarcale e si radicalizza la divisione sessuale dei ruoli.
Per quanto riguarda il lavoro, in questo periodo le donne arrivarono in fabbrica soprattutto dalla campagna sia per seguire i mariti immigrati sia per fuggire ai ritmi massacranti del lavoro agricolo.
Ma le donne fino agli anni 60 subirono una forte discriminazione: erano inquadrate nelle categorie inferiori con una riduzione salariale del 30%. Così si apre una campagna di lotta per la parità salariale che porterà nell’industria all’accordo interconfederale del 1960.
Se dal 1958 al 1963 si registrò un aumento dell’ occupazione femminile anche in settori come il piccolo commercio, dal 1964 le donne vengono espulse in massa dal mercato del lavoro.
In questo periodo la posizione di debolezza delle donne emerge pienamente; infatti le basse qualifiche professionali, la minore disponibilità agli straordinari, incidono sulla forza lavoro femminile, la quale viene distribuita in settori dove non è necessaria un’alta qualificazione e dove risulta facile e non costoso sostituire la manodopera.
Molti altri fattori contribuirono a modificare in modo radicale i ruoli sociali e familiari di donne e uomini negli anni 70.
Durante il boom economico la famiglia assunse funzioni di consumo, ossia diventa il tramite istituzionale per l’utilizzo dei beni prodotti dalle industrie. Questi compiti vengono svolti dalla donna senza però un riconoscimento sociale ed economico. Infatti il lavoro domestico viene negato come lavoro. Pertanto, le casalinghe sono definibili come amministratrici della casa ed esperte consumatrici; si tratta di funzioni a cui viene attribuito un significato di privilegio.
Mentre in uno fase successiva lo stare a casa perde ogni valore positivo.
Le donne, nel corso degli anni, si sono ritagliate molti spazi nel mondo del lavoro, grazie alla loro professionalità ed alla loro adattabilità alle mutevoli condizioni del mercato.
Tranne casi sporadici, si può affermare che le donne si trovano in ogni settore professionale, in misura più o meno consistente.
Non ci si deve far trarre in inganno. Sebbene le donne ottengano un posto di lavoro, in genere si tratta di un occupazione di basso rango: un lavoro noioso e ripetitivo, con uno scarso livello di responsabilità. Nei centri decisionali, continuano a sedere gli uomini, nonostante la scelta possa essere effettuata anche nei confronti di una donna.
Lo scatto di carriera è spesso ostacolato dal periodo di assenza nel posto di lavoro, dovuta alla “maternità”. Pochi mesi, sono sufficienti per rendere inutilizzabili le capacità professionali dell’impiegata, che al suo ritorno si trova bloccata ogni possibilità di migliorare la propria posizione.
Stesso discorso vale per le donne che in un periodo della loro vita lavorativa e per ragioni molteplici,hanno scelto il “part time”. Sono considerate impiegate di serie B, e per tanto non hanno la possibilità di aspirare ad una posizione di maggiore responsabilità,
L’altro grande problema è rappresentato dall’accesso ai corsi di formazione aziendale, indispensabili per acquisire la competenza necessaria, per ottenere la promozione. Gli orari dei corsi, spesso, infatti, non rientrano in orario lavorativo. Le donne che hanno una famiglia a carico non possono permettersi di protrarre troppo a lungo la loro lontananza da casa e pertanto devono rinunciarvi.
Le donne, tuttavia, danno un gran peso alla formazione. Da una recente ricerca della CGIL, è emerso che i giovani sarebbero disposti a rinunciare ad una parte del loro stipendio, in cambio di un corso di formazione all’interno dell’azienda in cui lavorano. La famiglia costituisce uno degli ostacoli insormontabili per una donna che lavora. I tempi del lavoro moderno ed i tempi della famiglia non coincidono. La cura dei figli, del coniuge e della famiglia in generale è affidata e delegata interamente anche alla donna lavoratrice, che deve riuscire a conciliare i propri impegni professionali,con quelli familiari. Questo implica, che una donna con famiglia potrebbe assentarsi più spesso dal luogo di lavoro, per accudire un figlio. Ciò influisce sulla disponibilità dell’impiegata,che non può dedicarsi “anima e corpo”al proprio lavoro. Ciò costituisce una discriminante per i datori di lavoro, sia al momento dell’assunzione, sia al momento della promozione. Una delle esigenze più sentite dalle lavoratrici,riguarda la diversa organizzazione del lavoro sulla base dei tempi femminili, che richiedono una maggiore elasticità in virtù del lavoro di cura che le donne effettuano all’interno della società.
Nonostante ciò molte donne del nostro paese (intendendo l’UE) cercano di partecipare, se pure in modo limitato alla vita politica.
Il dibattito, relativo alla partecipazione politica delle donne, è diventato recentemente molto attuale.
Negli ultimi anni, infatti, l'UE ha intrapreso una serie di iniziative (sondaggi, indagini, dichiarazioni di principio, iniziative legislative), coinvolgendo anche i singoli governi nazionali, che hanno da una parte reso visibile il problema, e dall'altra hanno portato a termine delle misure operative.
Coerentemente con questa tendenza, intendiamo dare il nostro contributo, sia per sensibilizzare l'opinione pubblica femminile, sia per fare delle proposte.
Le donne hanno acquisito i diritti politici in questo secolo.
Nonostante il riconoscimento formale, le donne non sono riuscite ad entrare a far parte in misura consistente delle istituzioni politiche rappresentative. Si tratta di un fenomeno trasversale, che coinvolge tutti i Paesi del mondo indistintamente.
Circoscrivendo la questione ai Paesi dell'UE, la partecipazione politica femminile è decisamente bassa, anche se vi sono alcuni Paesi (quelli scandinavi in particolare), in cui, grazie a degli interventi concreti, le donne sono molto presenti nelle sedi ufficiali della politica.
I motivi per i quali le donne sono per lo più assenti nelle istituzioni rappresentative sono diversi, e legati sia alla crisi della rappresentanza, sia a dei fattori socioculturali. Oggi la partecipazione politica femminile va analizzata e promossa nel contesto storico, in cui stiamo vivendo. Non si tratta più, cioè, di rivendicare diritti negati, come avveniva negli anni '70, piuttosto, si tratta di sensibilizzare su questo problema l'opinione pubblica, e modificare una cultura politica, che, ancora oggi, considera l'uomo il legittimo protagonista della gestione dello Stato.
Poiché si tratta di cambiamenti, che investono la coscienza della collettività, occorrerà molto tempo, prima che le conquiste degli anni passati vengano interiorizzate, e prima che le donne entrino a far parte in modo costante del mondo politico. Ciò non significa, che non occorra "dare una mano" al cambiamento, attraverso delle campagne di sensibilizzazione, da un lato, e delle misure concrete che promuovano la partecipazione politica delle donne.
Veniamo, dunque, alle cause, che sono alla base di una sottorappresentanza politica femminile.
Innanzitutto, occorre fare una distinzione tra le cause fisiologiche della bassa presenza di donne nelle istituzioni rappresentative, e l'allontanamento delle donne dalla politica tradizionale. Infatti, se da una parte ci sono una serie di difficoltà oggettive, che ostacolano l'ingresso di una donna in politica, dall'altra si sta affermando una sorta di autoesclusione, che porta le donne ad intraprendere strade non ufficiali, dal contenuto politico elevato.
Tuttavia, anche nel secondo caso, l'autoesclusione può essere considerata anche come una conseguenza dell'esclusione subita dalle donne a livello istituzionale.
La sfiducia e la disillusione, scaturite dallo "scontro" contro un muro di gomma, hanno alimentato elaborazioni politiche alternative, e forse meritevoli di essere prese in considerazione. L'esperienza diretta ed indiretta delle donne nelle amministrazioni locali, l'impegno civile nelle strutture religiose, educative e di volontariato possono diventare degli importanti punti di riferimento, per il ritorno di una politica più a misura d'uomo.
Uno dei problemi principali,che le donne incontrano sul posto di lavoro sono le “avance” poste in atto dai colleghi o dal principale. Si tratta di un problema molto grave, che non ha una soluzione,eccettuando l’abbandono del posto di lavoro,o nel migliore dei casi il trasferimento. In ogni caso l’avanzamento di carriera è ormai escluso, poiché in molti casi la donna viene trasferita in settori dove non c’è possibilità di migliorare la propria posizione professionale. Il paradosso sta nel fatto che la donna molestata viene penalizzata dai provvedimenti dell’ufficio del personale. La conseguenza è che la molestia rimane un fatto privato della donna,che per pudore personale non condivide con nessuno il suo dolore. I colleghi e la famiglia avanzerebbero le proprie perplessità sulla veridicità del suo racconto,affermando che è nell’atteggiamento della donna la causa di eventuali proposte,o di eventuali libertà,che il collega o il capo si sono permessi di prendere. Il problema di fondo consiste nel fatto che non sempre la molestia sessuale è oggettivamente riscontrabile,in quanto spesso si tratta di gesti “innocui” che,nel loro insieme hanno gli effetti di una violenza psicologica. Ciò nonostante,queste norme anche se non sono esaurienti e dettagliate in materia di molestie possono costituire egualmente un valido supporto legislativo.
Luogo sicuramente più sicuro, ma non meno faticoso, dove la donna lavora è la FAMIGLIA:
Nella nostra società, all’interno della famiglia la donna svolge un enorme massa di lavoro non retribuito, ma socialmente indispensabile che tuttavia la lascia in una posizione di subordinazione economica, e non solo economica, rispetto all’ uomo. Lo status delle donne è dichiaratamente inferiore a quello dell’uomo, ma l’analisi di questa condizione si riduce di solito ad argomentazioni sociologiche e psicologiche, oppure relative ai rapporti interpersonali o al ruolo del matrimonio come istituzione sociale.
Dal punto di vista puramente qualitativo, il lavoro familiare compresa la cura dei bambini, costituisce un’ enorme mole di produzione socialmente necessaria, ma ciononostante, in una società basata sulla produzione di merci, non è generalmente considerato “ vero lavoro” dal momento che è al di fuori del commercio e del mercato. Mai come oggi il ruolo della madre è stato tanto intrecciato alla sua funzione familiare e non puramente procreativa. Per il mantenimento della solidarietà familiare e della funzione integratrice e di socializzazione dei bambini è perciò necessario che un solo membro entri nel mercato del lavoro; non possono farlo entrambi i partner, pena la possibilità di una dissoluzione di fatto della coppia e della famiglia.
A questo punto ci è sembrato opportuno raccogliere tutto ciò di cui si è parlato in un unico grande argomento: LE TAPPE PRICIPALI DELL’EMANCIPAZIONE FEMMINILE.
Adesso le donne sono cittadine di serie A, al pari degli uomini. Esse sono padrone di se stesse e godono dell'uguaglianza giuridica e di tutti gli stessi diritti degli uomini. Possono accedere a tutte le professioni e a tutti gli uffici. Non è sempre stato così.
In passato la donna era un accessorio del capo-famiglia. Nel codice di Famiglia del 1865 le donne non avevano il diritto di esercitare la tutela sui figli legittimi, né tanto meno quello ad essere ammesse ai pubblici uffici. Le donne, se sposate, non potevano gestire i soldi guadagnati con il proprio lavoro, perché ciò spettava al marito.
Nel periodo risorgimentale in Italia il dibattito sui diritti delle donne, la loro educazione ed emancipazione fu assai provinciale. Molti degli “illustri pensatori” del risorgimento italiano si limitarono a ribadire la soggezione della donna. Secondo Filangieri spetta alla donna l’amministrazione della famiglia e della prole, mentre le funzioni civili spettano all’uomo. Simili teorie furono alla base del diritto di famiglia dell’ Italia unita, riformato solo nel 1975. anche per quanto riguardava i diritti politici, il dibattito in Italia era stato assai poco acceso. Le stesse donne attive sulla scena politica erano uno sparuto gruppo d’eccezioni. Nell’Italia unita le donne furono quindi escluse dal godimento dei diritti politici. Inoltre la condizione socio-economica delle donne tra fine ‘800 e i primi del ‘900 era di drammatica disparità. I dati stessi su cui basare le ricerche sono assai scarsi perché il lavoro femminile difficilmente era riconosciuto come tale: quasi tutte le donne occupate nell’agricoltura non erano riconosciute come lavoratrici, a meno che non fossero titolari di una proprietà o di un contratto di affitto. In ogni caso lo stipendio delle lavoratrici era in genere poco più della metà de lavoratori di sesso maschile. Poiché anche il lavoro dei bambini era assai diffuso, e sotto pagato, prima della I Guerra Mondiale furono emanate alcune leggi per tutelare “donne e fanciulli “, quali soggetti deboli e sfruttati. La legge sul lavoro femminile del 1902 finì per limitare ancora una volta i diritti delle donne. I lavori “pericolosi” contenuti nel decreto attuativo erano in realtà lavori ideologicamente ritenuti incompatibili con le attitudini femminili. Lo Stato mostrava così di voler favorire al massimo il rientro delle donne in quello che riteneva essere la loro sede naturale: la casa. La legge del 1902 tradiva anche la speranza di ridurre il divario salariale con gli uomini: le lavoratrici fra i 16 ve 21 anni, venivano equiparate in capacità e abilità ai lavoratori con meno di 15 anni. Sul versante dei diritti civili e politici, erano fra tanto l’Associazione Nazionale per la Donna a Roma nel 1897, l’Unione Femminile Nazionale a Milano nel 1899 e nel 1903 il Consiglio Nazionale delle Donne Italiane, aderente al Consiglio Internazionale Femminile. Inoltre sul fronte dell’istruzione, venne permesso soltanto nel 1874 l’accesso delle donne ai licei e alle università,anche se in realtà continuarono ad essere respinte le iscrizioni femminili. Ventisei anni dopo, nel 1900, risultano comunque inscritte all’ università in Italia 250 donne, 287 ai licei, 267 alle scuole di magistero superiore. 1178 ai ginnasi e quasi 10000 alle scuole professionali e commerciali. Quattordici anni dopo le inscritte agli istituti di istruzione media saranno circa 100000. Nel 1903 venne convocatoli primo consiglio nazionale delle donne italiane,articolato in vari settori sui diritti sociali,economici,civili e politici. Negli anni seguenti nasceranno associazioni orientate al raggiungimento dei diritti civili e politici e associazioni legate a partiti e ideologie di altro tipo e l’ unione nazionale delle donne socialiste, che svolse interessanti inchieste sul lavoro femminile. Intanto nel 1906 la studiosa di pedagogia Maria Montessori si appellò alle donne italiane attraverso le pagine de “La Vita” affinché si iscrivessero alle liste elettorali. Un gruppo di studentesse affisse l’appello sui muri e molte donne tentarono quindi di iscriversi alle liste elettorali ,cosi come era stato fatto con successo negli USA. Sulla stampa si scatenò un dibattito fra i fautori del voto alle donne e i contrari. Le corti di appello delle varie città respinsero però tali iscrizioni, tranne la corte di Ancona, dov’era presidente Ludovico Montara, ma anche questa sentenza venne annullata sulla Corte di Cassazione.
Nel frattempo però alcune donne riuscirono ad entrare in ambiti da cui fino ad allora erano escluse: nel 1907 Ernestina Prola fu la prima donna italiana ad ottenere la patente, nel 1912 Teresa Labriola si iscrisse all’Albo degli avvocati e Argentina Altobelli e Carlotta Chierici vennero elette al Consiglio Superiore del lavoro.
Nel 1908 si era tenuto a Roma, in Campidoglio, il primo Congresso delle donne italiane ed al quale erano presenti molte donne della nobiltà. Le risoluzioni del congresso auspicavano una rigorosa applicazione sull’obbligo scolastico,la fondazione di casse di assistenza e previdenza per la maternità e la richiesta di poter esercitare gli uffici tutelari. Tutte le nozioni vennero accettate a maggioranza, tranne uno sull’insegnamento religioso, che determinò la scissione delle donne cattoliche.
Nel 1909 l’alleanza pro-suffragio lanciò un Manifesto di protesta alla riapertura del Parlamento.
Nel 1910 il Comitato Pro-Suffragio chiese al Partito Socialista di pronunciarsi sulla questione del suffragio femminile. Turati si pronunciò contro il voto alle donne fintato che “la pigra coscienza politica e di classe delle masse proletarie femminili” finisca con il rafforzare le forze conservatrici.
Nel maggio del 1912 durante la discussione del progetto di legge della riforma elettorale,che avrebbe concesso il voto degli analfabeti maschi, i deputati Mirabelli, Treves, Turati e Sonnino proposero un emendamento per concedere il voto anche alle donne. Giolitti però si oppose strenuamente, definendolo “un salto nel buio”. Secondo Giolitti il suffragio alle donne doveva essere concesso gradualmente, a partire dalle elezioni amministrative: le donne avrebbero potuto esercitare i diritti politici solo quando avessero esercitato effettivamente i diritti civili.
Con la prima guerra mondiale i posti di lavoro persi dagli uomini richiamati al fronte vennero occupate dalle donne, nei campi, ma soprattutto nelle fabbriche. Con la fine della guerra però, le donne, accusate di rubare lavoro ai reduci, persero questi posti di lavoro.
Nel dopoguerra riprese il dibattito sul voto alle donne. Il neonato Partito Popolare appoggiava il suffragio femminile.
Nel 1919, venne abolita l’autorizzazione maritale dando cosi alle donne almeno l’emancipazione giuridica. Il 6 settembre del 1919 la Camera approvò la legge sul suffragio femminile, con 174 voti favorevoli e 55 contrari. L’anno successivo di nuovo la legge venne approvata alla Camera, ma non fece in tempo ad essere approvata al Senato perché vennero convocate le elezioni.
Il fascismo in verità concesse il diritto di voto passivo ad alcune categorie di donne per le sole elezioni amministrative. Mussolini stesso, intervenendo al congresso dell’ alleanza internazionale pro-suffragio aveva detto che il fascismo aveva intenzione di concedere il voto a parecchie categorie di donne. La legge Acerbo concedeva il voto a coloro che esercitassero la patria potestà, che avessero conseguito il diploma elementare, che sapessero leggere e scrivere e pagassero tasse comunali pari ad almeno 40 lire annue. Il fascismo però subito dopo abolì quelle stesse elezioni amministrative a cui aveva ammesso le donne. L’Associazione per la donna fu sciolta, mentre la nuova presidente del consiglio nazionale delle donne italiane fu nominata da Mussolini, segnando cosi la fine dell’associazione. L’unione femminile nazionale rimase in vita a lungo, anche se priva di significato politico. Sopravvisse insomma soltanto l’unione femminile cattolica, allineata al fascismo e al ruolo di subordinazione della donna. Nel frattempo il fascismo inaugurava una sua politica sul tema dei diritti delle donne. Le donne vennero spinte entro le mura domestiche,secondo lo slogan: “la maternità sta alla donna come la guerra sta all’uomo”. Le donne prolifiche venivano insignite di apposite medaglie.
Per quanto riguarda il lavoro, i salari delle donne vennero fissati per legge alla metà di quelli corrispondenti degli uomini. Inaugurando una strategia che poi sarebbe stata ripresa per la politica razziale, l’offensiva cominciò nella scuola, dove fu formalmente vietato alle donne di insegnare lettere e filosofia nei licei e alcune materie negli istituti tecnici e nelle scuole medie; inoltre fu vietato loro di essere presidi di istituti, mentre le tasse scolastiche sulle studentesse vennero raddoppiate. Nel pubblico impiego le assicurazioni di donne furono fortemente limitate, escludendole dai bandi di concorso e concedendo loro un numero di posti limitato. Furono inoltre vietate loro la carriera e tutta una serie di posizioni prestigiose all’interno della pubblica amministrazione. Anche la pubblicista fascista tendeva a dissuadere le donne lavoratrici ridicolizzandole. Le donne vennero poste in uno stato di totale sudditanza di fronte al marito che poteva decidere autonomamente il luogo di residenza ed al quale le donne devono eterna fedeltà, anche in caso di separazione. Sul piano economico tutti i beni appartenevano al marito,ed in caso di morte venivano ereditati dai figli, mentre alla donna spettava solo l’usufrutto.
Il 1 febbraio del 1945 venne infine concesso il voto alle donne.
La Costituzione garantiva l’uguaglianza formale fra i due sessi,ma di fatto restavano in vigore tutte le discriminazioni legali vigenti durante il periodo precedente.
L’emancipazione comunque andava avanti,anche se a piccoli passi,spesso ambigui. Nel 1951 viene nominata la prima donna in un governo. Nel 1958 viene approvata la legge Merlin, che abolisce lo sfruttamento statale della prostituzione. Nel 1959 nasce il corpo di polizia femminile, con compiti relativi alle donne ed ai minori. Nel 1961 sono aperte alle donne la carriera nel corpo diplomatico e in magistratura. Alla fine degli anni ’60 nascono anche in Italia gruppi femministi di donne che si staccano dal movimento studentesco nel quale si sentivano emarginate e sfruttate dai loro compagni maschi,che cercavano di affidare loro compiti di segreteria o comunque subordinati.
All’inizio del 1970 nasce il Movimento di liberazione della donna, il quale ammette fra i suoi aderenti anche uomini. Nel documento costitutivo ci si propone di informare sui mezzi anticoncezionali anche nelle scuole e ottenerne la distribuzione gratuita,di liberalizzare e legalizzare l’aborto, di eliminare nelle scuole i programmi differenziati fra i sessi, di socializzare i servizi che gravano sulle spalle delle donne sotto forma di lavoro domestico. I mezzi per raggiungere tali obbiettivi sono anche le azioni di disobbedienza civile.
Nel 1974 parte la prima raccolta di firme per un referendum abrogativo che avrebbe legalizzato l’aborto. Nella primavera del 1975 vengono raccolte oltre 800.000 firme su un nuovo referendum abrogativo sull’aborto. Prima che i cittadini venissero chiamati a votare il referendum, il Parlamento approva nel 1977 una legge sulla legalizzazione dell’aborto.
Frattanto nel 1970 era stato concesso il divorzio mentre nel 1975 era stato infine riformato il diritto di famiglia,garantendo la parità legale fra i coniugi e la possibilità della comunione dei beni. La società italiana era notevolmente cambiata e le leggi avevano in parte sancito tale cambiamento.
Altro argomento cardine della nostra ricerca è la POLITICA
Appare opportuno, pertanto, fare un confronto tra il primo movimento rivoluzionario studentesco (1968) e l’apatia politica dei giovani di oggi.
Tra il 1950-’70, in conseguenza del boom economico che interessò i Paesi industrializzati, si assistette, in America e in Europa in particolare, all’aumento dei consumi privati non essenziali, come l’abbigliamento, le automobili, gli elettrodomestici, ovvero i cosiddetti “consumi superflui”, che portarono alla standardizzazione dei modelli di consumo: si affermò così quella società consumista caratterizzata dal rapido invecchiamento tecnologico di molti prodotti industriali, dalla frequente sostituzione dei beni d’uso corrente molto al di là delle necessità imposte dall’uso materiale, dal massiccio, e spesso invadente, condizionamento esercitato da un’onnipresente pubblicità e da una certa tendenza allo spreco.
Per questa società così costituita, a partire dagli anni ’60 si assistette ad una sorta di rifiuto ideologico in quanto la si accusava di sostituire allo sfruttamento economico di tipo tradizionale una forma più subdola e raffinata di dominio, esercitata soprattutto attraverso la pubblicità e i mass media; fu per questo che si assistette alla ripresa delle ideologie rivoluzionarie di matrice marxista e tra i giovani riscosse molto successo il pensiero della Scuola di Francoforte. La contestazione studentesca degli anni ’60 e ’70 nasce proprio da questa realtà e inizialmente si configurò come rifiuto delle convenzioni, vera e propria fuga dalla società industrializzata (fu specialmente il caso delle comunità hippy con il loro ritorno alla natura).Si vagheggia la creazione di una cultura alternativa, in cui confluiscono l’ideale della non violenza e forme di religiosità orientale (buddismo, di droghe leggere e messaggi della nuova musica).
Una data usata non solo come indicatore cronologico ma che diede il nome ai protagonisti di questo movimento è sicuramente il ’68. Il ’68 è il fenomeno di contestazione più lungo sotto il profilo temporale e più significativo dal punto di vista sociale e politico. Mentre l’evento simbolo del Sessantotto,la rivolta del Maggio francese con gli scontri all’Università della Sorbona, le barricate al Quartiere Latino e il blocco di ogni attività produttiva perde rapidamente consistenza e vitalità,mentre la Primavera di Praga e altri movimenti di rivolta nei paesi del mondo comunista vengono subito stroncati dall’intervento militare dell’URSS,la stagione del Sessantotto italiano dura,con altre vicende,fino al 1977; è più significativo perché la pur imponente contestazione giovanile statunitense emersa nel 1964 all’Università di Berkeley manca di un progetto politico definito; in Italia,invece,la contestazione cresce rapidamente e viene presto innervata da nuclei e da gruppuscoli animati dall’ideologia socialcomunista, che fonda la lotta violenta al sistema. Il fenomeno del 68 italiano si sviluppa a partire da una diffusa situazione di insoddisfazione,soprattutto giovanile derivante dalla disgregazione dei valori dominanti,progressivamente erosi da un modello di società opulenta incapace a sua volta di rispondere ad attese di profilo diverso dall’innalzamento del livello materiale di vita,peraltro ottenuto attraverso un disordinato processo di industrializzazione e di allargamento artificioso dei costumi che aveva portato rapidamente a una squilibrata espansione delle periferie urbane dell’Italia settentrionale e allo sradicamento culturale di ampie fasce della popolazione.
Il sessantotto si presenta quindi, nel suo aspetto più profondo come una rivoluzione culturale, che ha inciso sul costume e sui comportamenti sociali molto più che sulla politica. Certamente il desiderio di mondo nuovo, ossia l’aspetto utopico della contestazione, è stato sepolto insieme a numerose vittime degli anni di piombo.
I movimenti studenteschi si richiamarono alle idee di Lenin, Mao Tse- Tung e Che Guevara e diedero vita a gruppi extraparlamentari; criticarono la posizione dei partiti di sinistra e dei sindacati. I movimenti studenteschi francesi e tedeschi insieme a quelli italiani avevano come maggior obbiettivo la lotta contro ogni forma di gerarchia sociale. Nella scuola era rappresentata dai professori, nelle famiglie, dai genitori, nelle fabbriche dai padroni, nello stato dai politici. Nonostante le numerose manifestazioni di protesta i governi occidentali non attuarono le riforme richieste e attaccarono più volte gli studenti con le forze di polizia, ci furono così arresti e scontri con morti nelle piazze, in quanto gli studenti oltre a denunciare il sistema educativo, si unirono, a seconda delle situazioni, alle proteste delle minoranze nere e al movimento pacifista.
Una delle più importanti manifestazioni fu quella svoltasi a Città del Messico,dove furono uccisi 60 studenti in Piazza delle tre culture. Nel sessantotto gli studenti americani occuparono due prestigiose università: Berkeley e la Columbia volendo dimostrare il loro rifiuto nei confronti del ministero della difesa che aveva commissionato alle università la ricerca per produrre nuove armi per la guerra nel Vietnam.
Ben presto nacque così un movimento pacifista appoggiato anche dai movimenti di opinione e degli intellettuali europei i cui aderenti si rifiutarono di prestare il servizio militare. In Francia, nel 1968, la protesta si trasformò in rivolta contro lo stato. Il ministero della pubblica istruzione voleva limitare il numero degli studenti universitari con la rigida selezione e utilizzare la ricerca universitaria per risolvere i problemi dell’industria. Allora studenti e professori occuparono l’università della Sorbona di Parigi e fu così che partì l'occupazione di Nanterre, che diede il via al maggio francese. In Germania invece il tema della liberazione sessuale era all'interno della più generale rivolta contro l'autoritarismo.
In Italia nel 1966 vi fu l’occupazione di alcune facoltà, ma fu nell’anno successivo che si intensificarono le agitazioni, che si sintonizzarono sulle esperienze del movimento studentesco americano e tedesco. Ciò che era destinato a incidere sull’azione rivendicativa degli studenti si delineò all’interno dell’università. Nel 1967, a Torino, vi fu l’occupazione di palazzo Campana, sede della facoltà di lettere. Nel 1968 le occupazione da Torino, Trento, Pisa, Firenze si estesero e si affermarono ovunque e allo stesso tempo gli studenti imparavano a proteggere le loro iniziative delle ritorsioni dalla magistratura o dall’intervento della polizia. Le masse giovanili iniziarono ad assaporare il fascino della libertà prima sconosciuto: i vincoli di dipendenza familiare si allontanavano, si abbattevano molti tabù sessuali e si diffondeva un nuovo modo di vivere e socializzare. Quando il 7 marzo a Roma, davanti alla facoltà di Architettura,si verificò uno scontro, gli studenti capirono con stupore che poteva capitare anche alle forze dell’ordine di trovarsi costrette ad indietreggiare.
Dopo questo grande successo, il movimento entrò nelle scuole medie superiori dove i capelli lunghi dei ragazzi o le minigonne bastavano per scatenare provvedimenti disciplinari. Presto tra il movimento studentesco e quello operaio si consolidò un’attiva forma di solidarietà.
I punti principali del 68:
modernizzazione della cultura
superamento di antichi pregiudizi
emancipazione delle donne e delle minoranze
miglioramento delle condizioni di vita degli operai e dei lavoratori.
Oggi possiamo dire che c’è poca passione politica come dimostra l’esperienza empirica della radio o come confermano i dati delle nostre statistiche, dai quali risulta che il 70% dei giovani non parla mai di politica né con i coetanei, né con gli adulti.
Una delle ragioni di questo disinteresse, più forte in Italia che in altri paesi europei, è l’impenetrabilità del mondo politico, efficacemente rappresentata dal concetto del “Palazzo”, come una cinta chiusa ed esclusiva, aggiunta alla sua incapacità di dare risposte concrete alle preoccupazioni dei giovani.
I ragazzi odiano le ideologie, non cercano più nei partiti risposte ideologiche, bensì risposte concrete. Non guardano più come i loro padri, ai leader della politica come bandiere dietro le quali militare, ma chiedono una visione nella quale credere e un modello nel quale identificarsi.
Dicono che la generazione tra i 15 –19 anni è meno impegnata politicamente. Dicono che la crisi dei valori della società degli adulti si riflette maggiormente su questi figli di un benessere sempre più a rischio, dove prevalgono paure e confusione, incertezza e disinteresse. E pure c’è una cosa che li accomuna: l’attesa della grande occasione per manifestare se stessi e le proprie potenzialità e ideali.
Non a caso ovunque,in tutte le scuole secondarie superiori, resta vivida la memoria del ’68, l’appropriazione degli istituti. La contestazione giovanile viene spesso giudicata violenta,scomposta,priva di logica. In realtà, non si tratta di un fenomeno disgregante: rappresenta, invece, un avvenimento politico e sociale di enorme portata,la cui logica deriva da cause ben precise. I giovani di oggi sono più maturi più coscienti dei loro predecessori, sono disincantati rispetto alla politica, sono stanchi di promesse non mantenute, di imbrogli,di opportunismi. Essi non vogliono essere plasmati e condizionati dalla società degli adulti,ma vogliono essere arbitri di loro stessi e perciò della società del domani. Il vuoto lasciato dalla morte delle ideologie ha portato con sé anche la scomparsa della progettualità politica dei giovani. I ragazzi non hanno grandi aspirazioni, sono “iperconcreti”. ”Tutto e subito” era anche lo slogan dei giovani del ’68,ma i giovani di oggi sono profondamente diversi dai giovani di allora. Nel Sessantotto,infatti,era chiaro il concetto si giustizia e dei diritti, poi si tentava di tradurre queste idee in pratica,magari sbagliando. Storicizzare un’ideologia d’altra parte,vuol sempre dire impoverirla. Ma oggi non c’è più nemmeno questo sforzo .Il fenomeno di progressiva semplificazione delle ideologie ha portato,alla creazione della cosiddetta “cultura del nemico”: basta individuare un nemico per potersi identificare e quindi agire. Nel mondo giovanile questo fenomeno è molto evidente: è la cultura dei gruppi, delle bande che hanno un proprio gergo e abbigliamento che distinguono i loro aderenti dagli altri. Oggi ci sono solo opposizione e trasgressioni. L’opposizione è una patologia: faccio l’opposto di quello che mi dici di fare. Così, quella che sembra una scelta diventa un obbligo: sono costretto a fare il contrario di quello che mi dici. E la trasgressione è una piccola uscita dalla norma, senza che la norma sia scalfita. E’ indicativa la messa al bando anche negli ambienti politici di sinistra della parola “rivoluzione”. Che significano per i giovani le definizioni di “destra”e “sinistra? In realtà non gliene importa nulla: e in questo senso sono più saggi dei loro padri. Oggi, più che i sistemi, contano le persone e il loro carisma. I giovani si lasciano affascinare dalle persone e non dalle ideologie: se è facile farsi attrarre dalle rock star o dai personaggi in Tv,è altrettanto facile sostituirli con personaggi “positivi”, carismatici, persone vere. Mai come oggi,quindi, è necessario che si facciano avanti persone credibili, modelli quotidiani di insegnanti, di genitori. A trent’anni dal Sessantotto i giovani di oggi sono il soggetto sociale escluso da una politica e da una cultura nate e cresciute presso un mondo solo parallelo a quello giovanile. La lontananza sociale tra la generazione giovanile e gli altri può essere colmata attraverso un impegno di neo-lotta politica: i giovani del 1999 in piazza contro il Sessantotto, contro ciò che di esso è stato funzionale al sistema “fascistocratico”di allora, tanto da istituire ponti pericolanti e pericolosi tra il progressismo senza progresso e il cattolicesimo senza tradizione. La protesta del Sessantotto è stata superficialee breve. Superficiale perché non ha individuato né rimosso le cause che hanno generato terrorismo e corruzione, che infatti preesistono. La protesta del Sessantotto è stata anche breve perché da subito ha raggiunto la possibilità di plasmare i meccanismi sociali in favore della rappresentanza di interessi e valori, però particolari. L’auspicabile protesta del 1999 è una protesta; anch’essa nasce da un’esclusione sociale:indotta dai giovani del Sessantotto ma resa possibile da uno specifico contesto culturale, conformista, consociativo e influenzato in modo significativo e durevole dalla famigliocrazia, dalle oligarchie conservatrici in un Paese in cui da conservare c’è ben poco. La costituzione di un’identità giovanile, avvenendo per confronto e differenze, può oggi lamentare l’esclusione dai beni e servizi di base,esclusione che assegna lo status di povertà, avvertito e scambiato con lo status di debolezza. L’esclusione giovanile può inoltre verificarsi negativamente in quelle istituzioni, il cui accesso è essenziale per la formazione di una coscienza di appartenenza collettiva. I giovani di oggi sono inquieti, ribelli, appaiono assenti, superficiali. Questi sono i ragazzi di oggi: spavaldi ma bisognosi di sicurezza, affetto, fiducia da parte del mondo degli adulti, forti della loro giovinezza ma fragili nell’affrontare la vita. Il mondo li disorienta, perché per loro vivere è difficile; non riescono a cogliere nemmeno l’essenza oraziana del “Carpe Diem”, tanta è la disperazione che hanno dentro, perché non trovano valori in una società comunistica, corrotta, poco seria. Il loro codice di valori è ancora intatto: credono nell’amicizia, nell’amore, nella libertà. Buoni ma tristi. Spesso confusi, qualche volta arrabbiati. Uno dei primi aspetti che colpiscono è la loro straordinaria capacità di introspezione, cioè di riferire coraggiosamente i sentimenti, le paure e i conflitti. La generazione dei quindici-diciottenni sta dedicando grande attenzione al tema dell’amicizia, della vita di gruppo. Vengono accusati di non essere interessati alla società, alla politica, alla storia. In effetti sono molto più interessati al “dentro” che al “fuori”, al tema dell’amore e soprattutto a una riformulazione dei rapporti tra maschile e femminile, e allo studio della relazione che esiste tra la vita di coppia e quella di gruppo. Da qui la loro propensione a studiare i sentimenti e l’interesse per gli affetti più che per le sociologie, la qual cosa li aiuta ad avere rappresentazioni di sé abbastanza chiare. Sono tristi per la mancanza di futuro e c’è un rapporto tra le due cose: essere derubati del futuro pur essendo buoni e pacifici li rende spesso confusi e a volte arrabbiati. Che cosa intendono per mancanza di futuro? Le incertezze sul futuro, l’impossibilità di considerarlo davvero come il tempo in cui si realizzerà il loro desiderio. Tutto ciò li spinge ad essere buoni organizzatori del presente, ma negatori dell’importanza del futuro. Proprio in questa prospettiva,la vita di gruppo assume grande importanza ,perché è consolatoria, sostiene l’illusione di poter vivere in un eterno presente, di non essere costretti a fare le grandi scelte, di studio, di lavoro, di coppia. Vivono in un contesto in cui la speranza non è più di moda. Le teorie liberiste non sostengono più che il progresso illimitato. Le teorie marxiste non illudono più sulla speranza di un grande evento epocale che cambi il mondo,D’altra parte molti “ladri di futuro” continuano a dire loro che non ci sarà lavoro, casa, verde, pensioni… Per questo, schiacciato com’è da un ingranaggio perverso, per cui le nuove generazioni evitano in tutti i modi la solitudine. Il futuro dei giovani italiani sembra davvero triste, schiacciato com’è da un ingranaggio perverso, per cui le nuove generazioni sono costrette ad accollarsi i conti in rosso di chi è venuto prima, soprattutto in materia previdenziale. Gli economisti e gli esperti di pensioni sono preoccupati e tentato di trovare delle soluzioni per raddrizzare un sistema iniquo che continua a penalizzare i più deboli,essendo condizionato dal predominio degli interessi dei lavoratori garantiti e dei pensionati. L’Italia si sta scoprendo sull’orlo di una crisi intergenerazionale,di un conflitto latente fra padri e figli,di una frattura del patto di solidarietà fra giovani e anziani che finora hanno garantito la tenuta del sistema. La società italiana ha perso negli ultimi venti o trent’anni spazi di partecipazione,condivisione,socialità. Il rifiuto della politica da parte dei giovani,ampiamente ricambiato,è più doloroso di quanto si pensi. Chi ha fatto in tempo a vivere i momenti degli anni ’60 e ’70, con tutti gli errori e le follie dell’epoca, ricorda la spinta vitale verso la società e collettività. La famiglia “ariosa come una camera a gas” era certo una famiglia più autoritaria e scomoda del modello che l’ha sostituita, l’attuale,dove i genitori sono tanto carini da dileguarsi quando i figli portano a casa la fidanzata, ma sono quegli stessi che hanno chiuso la porta di casa in faccia ai giovani. E’ la mancanza di grandi prospettive fuori, nelle strade, nella società.
A questo punto possiamo vedere quelle che sono le differenze tra il movimento studentesco del 68 e quello dei giovai d’oggi.
Nel 1968 gli studenti sapevano per cosa scioperavano e la maggior parte delle motivazioni degli scioperi erano serie. Erano anche comuni a tutti gli studenti quindi ne consegue che vi era solidarietà tra i vari istituti anche di città e stati diversi . Le manifestazioni erano ben organizzate e molto numerose motivo per cui attiravano l’attenzione dei politici o degli interessati al messaggio che gli studenti volevano lanciare. Oggi gli studenti quando organizzano manifestazioni o altre forme di sciopero non sono molto organizzati e soprattutto non sono molto solidali tra di loro. Spesso si fanno strumentalizzare oppure non hanno idee chiare, quindi anche se le manifestazioni sono ben organizzate e vi partecipano molte persone le forme di protesta non danno esiti particolarmente positivi. Questo è dovuto anche al fatto che oggi non vi sono gravi problemi all’interno dell’ambiente scolastico. Vi sono però gravi problemi per quanto riguarda le leggi finanziarie, ma gli studenti non scioperano perché il problema non li tocca da vicino.
Dopo aver parlato di donna e di politica, parliamo anche di un argomento meno crudo ma allo stesso tempo molto importante: l’amore tra ieri e oggi.
Nel linguaggio comune, il termine “Amore romantico” ci suggerisce un amore che escluda l’aspetto sessuale. Si tratta di aspetti in qualche modo più o meno connessi all’idea dell’ “amore romantico” nel senso storico-sociologico.
Per amore romantico intendiamo: il principio secondo il quale il matrimonio è effetto dell’amore e non viceversa. Secondo questa idea PRIMA tra due persone nasce l’amore e PER QUESTO si sposano. La tradizione precedente, praticamente universale, invece ritiene che due persone PRIMA si sposano e PER QUESTO nasce tra loro l’amore. Modernamente noi pensiamo che una persona è nostra coniuge perché l’amiamo:nella tradizione pre-romantica invece si ama una persona perché è nostra coniuge.
La nuova concezione dell’amor come fenomeno culturale si affermò nel mondo europeo agli inizi del XIC secolo in concomitanza con il movimento del Romanticismo. Si trattò di una innovazione ,anzi di una rivoluzione della mentalità e della cultura della quale spesso si è poco consapevoli: si parla di rivoluzione a proposito della industrializzazione, dell’affermazione dello stato democratico, della istruzione pubblica e a giusta ragione. Ma l’affermazione dell’ “amore romantico” è un fenomeno che ha interessato nel profondo tutta la società europea costituendo ciascuno di noi nella propria personale individualità costituendo un orizzonte nuovo del quale spesso siamo poco consapevoli.
I due punti di vista con cui dividiamo l’amore romantico, li chiameremo per semplicità di esposizione “moderno e romantico”.
Dal primo punto di vista, i due giovani si incontrano, fra di loro nasce qualcosa di emotivamente importante: quando avranno avuto la certezza che si tratta di vero amore, cioè di un sentimento stabile, allora essi decideranno di sposarsi. Il matrimonio potrà avvenire anche dopo molti anni se le condizioni economiche lo esigeranno.
Vi sarà quindi un fidanzamento cioè una promesse di matrimonio che in genere implica un lungo periodo di attesa nel quale i due non ancora coniugi si frequentano assiduamente.
Il punto di vista tradizionale è invece molto diverso: il matrimonio è l’unione di un uomo e una donna con il fine della procreazione e in secondo luogo della mutua assistenza e della soddisfazione sessuale. Bisogna allora scegliere il coniuge adatto ma il criterio di scelta non può essere l’attrazione emotiva che i giovani possano sentire l’uno per l’altro. Il criterio deve essere invece razionale: vanno valutati moralità e aspetti economici e sociali perché sono essi a dare stabilità al matrimonio.
Una certa importanza poteva essere data anche alla bellezza femminile. I giovani venivano considerati incapaci di una scelta consapevole che ricadeva quindi sostanzialmente sulle famiglie. Esse pertanto valutavano i possibili “partiti” e cercavano naturalmente di accaparrarsi i migliori per i propri rampolli. Gli aspetti economico-sociali erano fondamentali perché da essi poi scaturiva l’effettiva possibilità di sopravvivenza e del tenore di vita della famiglia.
Gli aspetti morali erano pure importanti: in particolare, condizione fondamentale era la onorabilità della sposa. In questa prospettiva non era importante che i futuri sposi si conoscessero anzi, magari, era cosa sconsigliabile. Il periodo di fidanzamento era semplicemente il tempo necessario per preparare il matrimonio.
Talvolta la promessa di matrimonio veniva scambiata fra le famiglie quando gli sposi erano ancora bambini, non infrequente il caso che le famiglie decidessero di far sposare i propri figli ancora prima che nascessero. Ma l’idea del fidanzamento come periodo di frequentazione dei futuri sposi era assolutamente ignoto, considerato assurdo e immorale.
La concezione romantica rovescia tutto questo punto di vista: gli aspetti economici e sociali non devono essere presi in nessuna considerazione, anche gli aspetti morali sono considerati solo nell’ambito di una libera scelta personale, i giovani devono conoscersi perché l’amore possa nascere: ciò che conta è solo un sentimento considerato onnipotente,unico,degna base di un unione che rompeva ogni barriera.
In realtà se questi sono i principi teorici delle concezioni tradizionali e romantiche la realtà effettiva poteva essere anche molto diversa. In effetti anche nei matrimoni tradizionali la scelta poteva essere molto personale, legata ad attrazione individuale e soprattutto nella concezione moderna in effetti gli elementi tradizionali hanno un peso molto maggiore di quanto poi si ammetta. In sostanza se noi chiediamo a degli sposi moderni perché si sposano la risposta sarà sempre “perché ci amiamo” ma in realtà il peso dei fattori tradizionali è molto grande.
Il principio che la causa sia la causa e il matrimonio l’effetto è così radicato ormai nella nostra civiltà che noi siamo portati a creder che esso sia un fatto ovvio e naturale e non ci rendiamo conto della sua assoluta singolarità e innovazione: la tradizione pre-romantica ma anche soprattutto la mentalità nelle attuali civiltà extraeuropee ci appaiono incomprensibili, assurde, se non immorali.
Le conseguenze dei due punti di vista sono grandissime.
La concezione tradizionale pone l’accento sulla famiglia come istituto deputato alla procreazione. Ci si sposa per perpetuare la famiglia, la società. Si tratta di un dovere fondamentale, e il matrimonio stesso è sostanziato da doveri: verso la società, verso la famiglia di origine, verso il coniuge e soprattutto verso i figli che verranno. Non si esclude la felicità personale ma essa viene presupposta come effetto del compimento del proprio ruolo:amare ed essere amato dal coniuge,educare i propri figli. La realizzazione di se stessi è quindi alla base della felicità.
Ma il matrimonio non è basato sul piacere ma sul dovere: se viene il “piacere” tanto meglio ma il dovere va eseguito sempre, in ogni caso. La prospettiva romantica invece rovescia le basi del matrimonio e pone l’accento sulla felicità individuale. Ci si sposa per amore, quindi per essere felici: i figli che verranno completeranno la felicità.
Effetti poi grandi si ebbero sul ruolo femminile. Nella concezione tradizionale ad essa era riservato il compito di generare ed educare i figli nella casa e che la famiglia le aveva destinato.
Nella concezione tradizionale era consigliabile che fosse segregata in casa per assicurarsi che conservasse la sua “virtù”. Ma con l’amore romantico ella deve essere libera in quale modo, di frequentare anche appartenenti all’altro sesso altrimenti non potrebbe mai nascere l’amore. Deve avere una personalità, un animo sensibile, saggezza, bontà e tutte le altre doti che possano far innamorare un uomo di lei. Nella concezione tradizionale in effetti la fanciulla non doveva preoccuparsi di molto. La famiglia provvedeva a tutto, le trovava la collocazione con il marito adatto. Alla ragazza restava solo la cura della propria castità ma in fondo anche a questo provvedeva la famiglia prevenendo accuratamente ogni situazione pericolosa: con l’amore romantico la donna esce di minorità, e con essa perde anche la tradizionale protezione.
La concezione romantica si presentava come un rafforzamento del significato e del valore del matrimonio. Esso era visto come una libera scelta. Si fondava su un sentimento profondo e duraturo, sull’AMORE non su interessi più o meno materiali. In effetti nel secolo XIX effettivamente l’istituto matrimoniale assunse caratteri che ne ampliarono il valore e l’importanza.
La famiglia ottocentesca si presenta come un istituto ben più significativo che nei secoli precedenti. Nasce la religione della famiglia in conseguenza della religione dell’amore. La casa, la dolce casa è il luogo sacro dell’amore in cui la sacerdotessa è la madre, l’angelo, oggetto di un rispetto di un “culto” sinceramente sentito e profondo. Il padre romani pur sempre capo della famiglia ma ha rapporti più caldi e profondi con la sposa e con i figli.
Sparisce il “voi” e altre formalità che creavano distanze tra i membri della famiglia che si riscopre unita. Nei secoli precedenti marito e moglie vivendo vite separare: avevano in comune il letto, casa e figli, potevano consumare i pasti in comune ma poi in effetti ognuno viveva la sua vita.
Con l’amore romantico ci si aspetta dalla famiglia molto di più che nella concezione tradizionale. In quest’ultima infatti ognuno dei coniugi si aspetta di svolgere al meglio il proprio ruolo e spera e si appaga che anche l’altro faccia altrettanto,ma in realtà nell’amore romantico ognuno si aspetta la felicità.
Proprio in virtù della sua nuova concezione la famiglia rivendica il diritto-dovere di assumere essa direttamente il delicato compito di educare i figli. Nei secoli precedenti appariva comune e normale che i figli, dopo la prima fanciullezza, fossero educati altrove: venivano allocati secondo la classe sociale presso collegi o botteghe artigiane che assumevano, praticamente in toto, la responsabilità non solo dell’istruzione ma anche dell’educazione e solo in brevi e rari periodi i figli tornavano in famiglia. Ora invece i figli vanno a scuola o in bottega ma solo per alcune ore al giorno poi tornano in famiglia che è il luogo proprio della loro vita.
Tradizionalmente il marito era pago di avere una sposa fedele e buona massaia e la moglie di un marito che provvedesse alle esigenze della famiglia, tutte cose infondo abbastanza ben definite e comunemente realizzabili. Ma l’amore romantico esige la felicità cosa impalpabile, indefinita. Si può non avere niente da rimproverare propriamente al coniuge, ma comunque ci si sente insoddisfatto, non si trova quella felicità che si sognava e sia spettava. Il divorzio è stato generalmente previsto in tutte le culture: tuttavia esso veniva invocato in casi limiti, in situazioni eccezionali. Nella nostra cultura invece va affermandosi il concetto che il matrimonio può essere sciolto semplicemente perché i due coniugi non desiderano più essere sposati, perché è finito l’amore.